BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 133 ricorda ancora con affetto ed ammirazione il volume di liriche intitolato II grido apparso nel 1924 oltre a Le quattro favole della vita, in prosa, dell’anno antecedente) è un poeta che sente in sè l’universale umano nel pieno della sua onda lirica. Un piccolo grande poeta rinchiuso, che muore di fame, né scambia l'oscura secreta per qualche superbo reame ... un poeta con tutta la superbia intellettuale e l’umiltà francescana di vita che dei veri poeti è propria, con l’ingenuità infantile e l’acutezza d’osservazione capace d’eternare gli attimi fuggenti, sicché ben si può paragonare ad un ladro sapiente, cui vale - più lo sguardo del grimaldello. Poeta che sente e trasforma liricamente ogni aspetto della vita, ma innanzi a tutto ò preso dal più universale e lirico dei sentimenti : l’amore. Ed è certamente questa coscienza di universalità, nel tempo oltre che nello spazio, la quale porta il Brosenbach a pubblicare alia vigilia dell’anno di Cristo 1940 queste liriche scritte fra il 1917 ed il 1919, mentre nei suoi cassetti giacciono numerose opere ben più recenti ohe gl’intimi sanno ch’egli ha rifiutato di veder pubblicare soltanto perchè desideroso che esse sieno presentate alla oritica ed al pubblico in un ordine corrispondente all’ordine cronologico con cui furono create. E prova d’universalità infine è il variare dei metri che pure per nulla turba la personalità dell’artista. Predomina tuttavia l’endecasillabo in sonetti ben costrutti e spesso legati in collane: prova della struttura classica della psiche del nostro poeta. Ed il suo libro è uno di quelli che, una volta presi in mano, difficilmente si lasciano prima d’averli letti dalla prima all’ultima pagina; e più si prosegue nella lettura, più piace, e nel rileggerlo vi si scoprono bellezze dapprima sfuggite, mentre cadono le deboli riserve che una prima affrettata lettura possono aver fatto sorgere circa la fattura di qualche verso, il quale in realtà obbedisce ad un ritmo non perfettamente tradizionale, ma - in quanto corrispóndente ad un ritmo psichico nuovo, moderno, - psicologicamente ed artisticamente necessario. Insomma si trattava di un elemento che noi chiameremmo volentieri wagneriano, il quale, per la sua stessa stretta aderenza alla psiche del poeta nei suoi vari momenti, non poteva essere inteso dal lettore che si era adagiato alla classicità armoniosamente sonora del Brosenbach, se non dopo d’aver-ne meglio penetrato l’attimo lirico, impe- tuoso o dolorante, oppure semplicemente nuovo, vissuto dal poeta. Tutta l’opera, da «La corona di Nannò» a «Il diadema di Selvaggia», da questa alla «Via crucis» è un fiume chiaro di melodia e di sentimento, in cui l’immagine quasi sempre sorge dalla natura. L’amata è talora come l'acquata marzaiola, ed a un del di marzo rassomiglia, i suoi sguardi sono pieni di gorghi azzurri e di domande, tal’altra è più bella - d’un del d’autunno; l’amante stesso è a volte primaticcio come il pesco - e pertinace sempre come il pino, mentre la sua necessità dura è andare, andare, come l’acqua al mare, - le foglie al vento, alla bufera i rami. E questo mentre la visione del poeta ha una precisione ed una nitidezza che assurgono talora a vette raramente raggiunte non solo nella poesia, ma benanche nella prosa. Eccone un esempio: Sfavillava la vetta immacolata nel crepuscolo: nuvole pensose sfioccavano in un piovere di rose languide, cupe : l'aquila librata era nel sole : nella branca unghiata s’impigliaron le rose; si compose la ghirlanda, nel vento si scompose; brillò l’artiglio nudo : era calata l’aquila al sommo. E’ un frammento questo che fa parte della «Via crucis», che delle tre parti del volume è quella che accoglie le liriche più forti; ma se ne potrebbero citare altri brani di nitidezza rara, come quel «Notturno» de «La corona di Nannò», che ha una delicatezza di trina ed in cui si riprende il motivo del violino chiuso nella sua custodia, motivo caro al Brosenbach che già l’aveva svolto, sia pure con visione poetica diversa, nel suo precedente volume di liriche. Esaminate cosi, per rapidi tratti, le So-rores dolorosae, non saprei concludere queste mie righe in modo migliore che riproducendo quanto intorno ad esse in questi giorni mi ha scritto Antonino Anile: «E’ uno dei pochi libri che mi abbiano profondamente colpito». Giuliano Gaeta AZZO BUBINO - Per il decennale della morte di Antonio Smareglia -Ed. Dopolavoro Comunale di Di-gnano d’Istria 1939, pagg. 104. L’autore parte, per questo suo «studio storico-artistico» com’egli lo chiama, da