ALCUNE LETTERE DI SCIPIO SLATAPER 7 qualcuno viene, noi non sappiamo fare altro che condurlo per queste grigie vie e meravigliarci che egli non capisca. Non siamo capaci di dire neanche una parola d’introduzione. Di Cardarelli non so niente: solo che è amico di Bacchelli. Si, possono far molto bene. Ho letto l’articolo suo su Cecchi, che era ottimo. Era così chiaro che m’ha fatto sperare che anch’egli stia meglio. A voce parleremo di molte cose che non s’ha voglia di stendere sulla carta. Ti stringo la mano Scipio venerdì, 11 ottobre 1912 Cara Sibilla, e io che contavo di vederti a Firenze! Ma se il mare e gli alberi sono così belli come si possono immaginare traverso la cartolina a Elody, allora hai fatto quasi bene. Sorrento l’ho visto dal finestrino del treno che mi portava in Calabria. Nel turbamento di allora mi è fermato nell’anima come una serenità verde-azzurra. Qualche volta nei momenti d’estasi benigna devo ripensarci; come quando forze avverse mi si armonizzano, e tutto canta solennemente, penso alla campagna di Assisi. Questi due fatti più che un ricordo mio vorrei fossero un augurio per te. Quiete di natura e vittoria di spirito. Su un pezzo di carta di Ibsen c’è una minuta di una lettera d’affari di Sorrento, alcune battute di dialogo dei Fantasmi, e questo appunto: «Felicità traverso il lavoro - vivere del lavoro - vivere per il lavoro.» Ho pensato molte volte a te, lavorando su Ibsen; e tu sai dove specialmente. Credo che il mio libro ti piacerà. Ora ho appena quasi finito la II stesura (che è come una raccolta organica di appunti, in alcune parti molto sviluppata) e a Firenze - parto lunedi sera - rifarò tutto. Probabilmente, dopo che avrà servito di tesi, dovrà essere ritoccata ancora. E’ un buon libro. Ho concepita tutta la vita e l’opera d’Ib. in un complessivo e regolare sviluppo, con respiri (o soffocamenti) critici davanti ogni opera. Lungo il filo s’accennano tutti gli elementi della sua personalità, e di tanto in tanto - per lo più intorno a un’opera - sono riassunti sinteticamente e giudicati. Il libro, sarà neanche un terzo di tutto quello che ho raccolto. Ho lasciato ai critici tedeschi il gusto di disfare ogni opera e ogni persona per ricostruirla con le loro rozze e critiche mani. Ho anche lasciato loro quasi tutto il buono che han detto per loro conto: servendomene soltanto come materia dimostrativa del mio nuovo. E’, anche cosi, poco. Cosicché il libro mi verrà originale e equilibrato. Un lavoro di storia come l’intendo io. Non sapresti darmi notizie del famoso «segreto d’ibsen» su cui la Lee (un’inglese) ha scritto un libro? Soffici una volta mi accennava che la rite-nutezza proverbiale d’Ibsen era stata spiegata come un effetto d’anima ingenua offesa nel suo primo abbandonarsi. Ne sai niente? Certo, Ib. aveva paura di essere malcompreso, ma ciò non basta. E’ tutta la sua persona e la sua arte che è trattenuta. Di Camilla Colett sai «di speciale» niente? Gigetta m’ha tradotto per me tutto il libro (buono, divertente, ricco-reggero) di Gosse. Sono di quelle abnegazioni femminili a cui noi uomini - se siamo onesti - non sappiamo come rispondere. Pensiamo subito che è