188 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO Sogno che se il setaccio del tempo tratterrà le molte scorie, ci sarà pur del buono che passerà, a dire che anche noi avemmo del sentimento e conoscemmo la poesia e sapemmo farne talora. Mario Pacor DONATELLO D’ORAZIO, Scritti sul tamburo, Diario d’un corrispondente di guerra, Rologna, Ed. L. Cappelli, pp. 194. (1. 9). Donatello d’Orazio, il forte ingegno abruzzese, venuto a Trieste in grigioverde alla Redenzione, quivi sopratutto si conquistò il posto che s’è conquistato nel giornalismo e nella letteratura contemporanea, e sappiamo quale attaccamento egli portò a queste nostre terre, quanti e quali legami ve lo facciano sempre ricondurre nella sua spesso movimentata esistenza. Di questi mesi riappaiono nel «Piccolo» suoi coloriti articoli sull’Africa Orientale, chè laggiù egli s’è sentito nuovamente chiamato dalla sua ansia di vita e laggiù è tornato, in cerca di nuove esperienze, di cui ci dirà domani con la vivace scioltezza di stile e le colorite ima-gini che gli sòn proprie. Com’egli sappia intendere l’Africa e come sappia tradurre ogni esperienza in compiuta opera letteraria son prova questi suoi «Scritti sul tamnuro», usciti tempo fa tra gli ultimi, ma tra i migliori, dei numerosi libri sulla guerra d'Africa. A differenza di gran parte degli altri scrittori e giornalisti', di professione o improvvisati, che hanno scritto di ritorno dalla grande impresa, D’Orazio non ci presenta un comune diario, o una serie di cortometraggi o di istantànee, bensì una serie di bozzetti fatti da un pittore che ben sa usare e pennello e colore nel fermare, in rapidi schizzi, momenti e paesàggi, episodi ed ambienti. La guerra sul fronte somalo vi appare, attraverso le sue fasi principali, si, ma sopratutto attraverso il suo particolare aspetto, il suo sfondo, i suoi combattenti. DaU’Uebi Scebeli al Daua Parma al Canale Doria, da Lughi Ferrandi a Dolei Dolei a Neghelli a Harrar, attraverso la boscaglia dell’Ogaden, in lotta con le orde abissine, uomini di saldissima temprà, di semplice ma altissimo sentire: la legione degli Italiani giunti volontari dall’Estero. Dai quadretti d’ambiente sulla vita dell’accampa- mento a quelli folcloristici sugli agglomerati indigeni, dalle storie dei nostri legionari a quelle degli ascari, dagli episodi di valore a quelli del più alto eroismo. Il tutto è presentato dal D’Orazio con una vivezza di colore, una efficacia di rilievo, una sciolta purezza di stile che, in ciascun elemento, rivelano le caratteristiche più originali, personalissime, del nostro autore. Il quale sempre maggiormente ha in questi ultimi tempi saputo affrontare un suo problema stilistico, risolvendolo in una forma che può forse stare a rappresentare una novissima esperienza letteraria; intendo il liberarsi dallo schema sintattico del comporre, dall’imbrigliatura costituita dalla comune architettura del periodare. Il periodo doraziano si stacca a volte dal comune per contenere una accanto all’altra, nella forma e nella sequenza in cui si son presentate alla mente, e se necessario fuori dal rigore delle norme sintattiche, le varie imagini in cui si manifesta, nel suo sviluppo, il concetto o il susseguirsi di concetti affini. Di questa particolarità, che va segnalata, voglio qui dare un saggio, e citerò all’uopo una pagina in cui è più accentuata, al fine di renderla più evidente ad ognuno. Che poi, sul brano, versi di note canzoni popolari e militari rientrino quasi nel contesto, insieme con tipiche frasi ormai famose, ciò ha rilevanza, al fine dell’esem-plilcazione cui tendo, solo per quanto concerne il lato esteriore, meramente grammatico, mentre contribuisce d’altronde alla viva originalità della pàgina. Siamo al principio del libro. I legionari sono in viaggio per l’Africa Orientale. Sosta a Porto Said. Barche e motoscafi, motoscafi e barche girano rigirano intorno alla nave dei legionari come piccoli pianeti intorno a un astro, cantando, issando grandi ritratti del He e del Duce. Un incrociatore inglese, all’àncora, risponde al saluto del Piemonte da „gentleman”, quasi da un’altra atmosfera. Andiamo in Abissinia; cara Virginia, ti scriverò - cantano i legionari; e i connazionali, uomini, donne, fanciulli, bambine, monache e frati, domandano: dovfè la vittoria? Di là dall’ultima trincea nemica, è la risposta d’uno che ha combattuto tra Gorizia e Plezzo, ed, evocati' dalla vecchia parola d'ordine, fantasmi di montagne lontane ammiccano. Il cecchino comincia a sparare : tapum, tapum, tapum. Orgogli fanno saette dalle barche alle murate, dalle murate alle barche. Questa è la vita che piace all’ardito, all'aviatore. Nessuno pensi di piegarci senza aver prima duramente combattuto. Via via il giorno si consuma, non come tutti gli altri