24 PIETRO PEDROTTI che gli somministrava tale lento veleno. 11 Lamberti pur concludendo essere la pura verità quanto aveva deposto, quindi sempre in grado di provarlo in faccia a chiunque, osservava però che sarebbe grato ai suoi giudici se gli volessero risparmiare un eventuale confronto col Tinelli, date le intime relazioni che da tanti anni lo legavano a lui. Nel pomeriggio del Lo febbraio, quindi due giorni dopo, la stessa Commissione sentiva il consigliere Zajotti che diveniva per la circostanza da inquisitore inquisito. Egli, dopo aver ripetuto su per giù quanto conteneva la sua lettera al Mazzetti, ad analoga domanda del presidente rispondeva che il caffè da lui talora frequentato era quello delle Antille, in fondo alla corsia del Giardino, vicino alla sua abitazione; però egli osservava che da cinque mesi non vi metteva più piede. Chiestagli qualche impressione sul personale che vi era addetto, rispondeva di averlo sempre trovato premuroso, senza però essere in grado di individuarne alcuno. Di fronte alla sua abitazione in San Silvestro si trovava altro caffè, tenuto da due soli coniugi; da esso egli ritirava talora qualche bevanda a domicilio. Lo Zajotti, esposti questi fatti, ripeteva di non poter fornire qualche indizio sul giovane che si sarebbe prestato a propinargli il veleno, come pure su chi avrebbe potuto influenzarlo, mancando di ogni elemento informativo su eventuali persone animate da astio personale nei suoi confronti. Egli aveva sentito fare il nome del Tinelli per la prima volta nell’agosto antecedente, daU’inquisito Brescianini (27), che lo indicava come appartenente alla Federazione, arrestato poi in settembre, lo aveva sottoposto ad esame. Non constandogli di aver alcun nemico privato ed avendogli il Lamberti significato che il Tinelli si era sempre espresso sul suo conto senza animosità, lo Zajotti avrebbe dovuto supporre che codesto progetto di veneficio fosse se mai una trama della Giovane Italia, i cui principi non rifuggivano notoriamente da simili eccessi. L’essere stato incaricato dalla sovrana designazione delle procedure per delitto d’alto tradimento, egli reputava potesse aver suscitato il comune odio contro di lui e la speranza — sopprimendolo — di spaventare il governo o per lo meno persuadere a maggiore mitezza l’eventuale successore. Osservava ancora che la procedura pendente contro la setta della Giovane Italia, era una prova evidente che il guasto politico era penetrato sino nelle ultime classi; non si meravigliava quindi — qualora il fatto di questo garzone di caffè realmente esistesse — che egli fosse uno dei federati. La procedura ancor pendente contro gli affiliati della Giovane Italia, rivelava, secondo lo Zajotti, come specialmente durante l’antecedente primavera le mene settarie si fossero intensificate non poco, calcolando forse sullo scoppio della rivoluzione ancora per il giugno. Non credeva quindi di escludere che già allora si volesse tentare un grosso colpo per terrorizzare l’autorità inve-stigatrice e frapporre così un ostacolo ad ogni ulteriore scoperta. Egli ricordava pure che in quell’epoca ebbero anche inizio le procedure del Piemonte, le quali •—- come il Tinelli stesso ebbe a deporre — vennero attribuite alle rivelazioni del noto marchese Doria. Anche questa circostanza, secondo lo Zajotti, potrebbe aver suscitato l’ira dei faziosi contro la sua persona, sapendosi che le deposizioni del Doria erano state raccolte da lui. Secondo quelle d’altra parte del Tinelli, lo stesso Mazzini avrebbe scritto allora a Milano, mettendo in guardia gli affiliati contro il Doria. Se quindi tale circostanza si combinava col tentativo che in quello stesso maggio venne - secondo la nota testimone Bernardi - effettuato a danno del Doria, non sarebbe secondo lui