MOSTAR. 219 che una piccola moschea, o piuttosto cappelletti musulmana, dove i fedeli facevano ad Allah la preghiera del buon viaggio. Chi passa un ponte non ne gode certamente l’effetto architettonico, e chi passa il ponte di Mostar non sospetterebbe davvero di calcare un arco della grande epoca imperiale romana. Gli Slavi e i Turchi, modificandone il piano, lo hanno un po’ alla volta ridotto erto e gobbo come la schiena d’un dromedario, e ristretto quanto appena basta ad una strada mulattiera, mantenendo da un lato un marciapiede più alto, largo due palmi, per i pedoni. Il parapetto non ha più che mezzo metro di altezza, le pietre sono mal tenute insieme da chiavi di ferro ; chi cammini sul marciapiede e patisca di vertigini non potrebbe proceder oltre ; i Turchi vi hanno rimediato a loro modo, sovrapponendovi una specie di ringhiera molto rada, a punte di lancia, qua e là sgangherata. Affacciandomi dal sommo dell’ arco non ebbi più a maravigliarmi se avevo così a lungo cercato la Narenta senza trovarla ; giacche a Mostar il letto del fiume è scavato nel profondo di un burrone di roccia tufacea e spugnosa : è un ammon-ticchiamento di scogli grigi, di massi enormi accavallati come per effetto di terremoto ; le limpide acque azzurro-verdognole serpeggiano in quel laberinto di pietre, sotto la sporgenza delle due rive,