I DOCUMENTI 253 Italia, uscita il mattino dello stesso 11, chiamava a raccolta i più fidi per le ore 21. Correva insistente la voce che, nella notte, sarebbero partite la « Dante » e la « Emanuele Filiberto », la quale era stata la prima nave ad ancorare nel porto di Fiume il 4 novembre 1918, appena proclamato l’armistizio. Questa voce, unita all’eccitazione derivante dalla lettura dei giornali, aveva finito di creare in città un vivo fermento. Feci richiedere del sindaco e del capitano Host-Venturi, ma nonostante tutte le ricerche, non fu possibile rintracciare nè l’uno, nè l’altro. Nel caso che qualche dimostrazione potesse avere luogo nella sera, disposi che le sei compagnie del 9° fanteria, le sole presenti in città, rimanessero in caserma in servizio di picchetto armato. Sull’imbrunire, da uno dei comandi vicini, arrivava il nuovo Capo di S. M. tenente colonnello Roncaglia, che fu subito informato della situazione. Poco dopo le 23 ecco presentarsi al nuovo giunto il tenente Stewens del comando inglese, con una notizia importante : particolari sue informazioni gli davano certezza che, proprio in quella notte diali’11 al 12 e precisamente fra la mezza e l’una, un nucleo di volontari del battaglione fiumano avrebbero tentato un colpo di mano in città : temeva il tenente dovessero essere attaccati i due comandi alleati. Tale comunicazione mi veniva confermata, subito dopo, dal maggiore dei carabinieri Ramponi, il quale m’avvertiva pure, che, in quella notte tepida e stellata, si notava per le vie della città un gran via vai di persone : pareva che nessuno volesse andare a dormire. Tutto diceva, dunque, che un quid d’insolito stava per accadere e che lo spirito di Fiume vibrava in un angoscioso stato d’attesa. Disposi perciò, d’urgenza, che due delle sei compagnie di picchetto armato raggiungessero subito i comandi francese e inglese, e ordinai ch’essi fossero difesi contro eventuali attacchi, da chiunque provenissero, anche da volontari fiumani. Verso le 1,30 mi veniva riferito che un certo numero di volontari si era riunito nella caserma di Via Parini — a loro addetta — e che non pochi erano armati. Inviavo sull’istante il maggiore dei carabinieri con un subalterno e una diecina di militi — seguiti da un reparto di fanteria armata — coll’ordine di arrestare e disarmare i volontari. Il maggiore pervenne alla caserma pochi momenti dopo che 150 volontari, comandati da un capitano fiumano, erano usciti, diretti verso la linea d’armistizio. Senza porre indugio il Ramponi, seguito dai suoi, cercò di raggiungere la piccola colonna e la raggiunse. Ma alla sua intimazione di alt, nessuno obbedì e vana riuscì ogni minaccia e preghiera nel nome d’Italia. Il maggiore allora non seppe fare di meglio che ritornare al comando, verso le 3,30, per dare notizia dell’accaduto, mentre i volontari continuavano indisturbati la loro marcia notturna verso Castua. Rinviai il Ramponi, in automobile, alla ricerca dei volontari, col- 1 ordine di arrestarli a qualunque costo, e, contemporaneamente, do-