100 PARTE PRIMA - CAPITOLO QUARTO colo regno col piccolo re. Una politica ideale e nazionale contro una politica opportunistica e personale, e, sicuro, al servizio straniero. Ad inasprire e complicare la situazione giungevano da Roma, a pochi giorni di distanza dalle assicurazioni date al rappresentante del Governo provvisorio, voci allarmanti per l’avvenire di Fiume. Sforza dichiarava alla Commissione degli Esteri che Porto Baross non rappresentava che « quattro sillabe » e che « sarebbe stato dannoso insistere nella rivendicazione di questo porto » che egli definiva « punto di coincidenza degli interessi italiani e jugoslavi ai fini di una politica di sempre più stretti accordi economici ifra i due paesi ». Giolitti si lasciava sfuggire altre dichiarazioni del genere, affermando che Porto Baross era jugoslavo. L’eccitazione dei fiumani e dei pochi legionari rimasti a Fiume si esprimeva in proteste, in agitazioni, in dimostrazioni di ogni genere, rendendo sempre più difficili e caotiche le condizioni interne del paese, che passava di disordine in disordine, di miseria in miseria, senza quasi più speranza di ritorno ad una necessaria normalità. Il dissidio tra gli uomini e i partiti, nell’imminenza delle elezioni, completava l’opera di disfacimento, creando malcontenti, odii, rancori, tra gruppi e gruppi, spesso anche tra membri di una stessa famiglia. Dopo le elezioni, col nuovo stato di cose subentrato in città, si rendevano inevitabili provvedimenti decisivi. Poiché lo Stato di Fiume era stato creato col Trattato di Rapallo, bisognava bene che questo Stato esistesse e mostrasse i segni della sua esistenza. A Fiume i Governi dimissionari avevano, come si è detto, affidato i poteri ad un Commissario straordinario fiumano, cui spettava il non lieve compito di riportare il paese alla norma del bene pubblico e del l’interesse pubblico, di stringere accordi fra tutti i partiti, di conciliare persone e programmi, di preparai un Governo ed una Autorità che avessero potuto svolgere la 1°10 opera benefica su un terreno comune di attività nazionale. Gabriele d’Annunzio, sdegnato per l’esito delle elezioni, W' viava da Gardone un accorato manifesto : « Fiume perisce # l’Italia in Fiume perisce».