PREMESSA 17 Che quel giornale e quella fatica abbiano in qualche modo contribuito alla chiarificazione di quello che fu definito l’insolubile problema di Fiume, l’autore crede sinceramente di poter affermare sopratutto in virtù della rispondenza ch’ebbe nel corso del tempo a verificarsi fra i dettami dell’azione politica allora svolta, ed i risultati che man mano scaturivano dal corso ufficiale dei contatti, dei colloqui, delle trattative in genere, svoltesi quando clamorosamente, quando silenziosamente, tra i governi di Roma e Belgrado. Ma una cosa più d’ogni altra è certa in quel che si vuol dimostrare nella prima parte di questo libro: che di fronte all’accanimento avversario e alla vergognosa indifferenza di tanti irreducibili profeti delle no-; stre sventure in Adriatico, Fiume d’Italia non sarebbe stata salvata ^ se la fierezza tenace di Gabriele d’Annunzio, ancora una volta precursore del destino infallibile di nostra gente, non avesse portato contro tutti e contro tutto — coll’ardua gesta che suscitò l’ammirazione del mondo — la ragion del possesso m quella terra ove s’erano già abbarbicati con significato di dominio genti e vessilli stranieri. Gli italiani sanno del lungo martirio di Fiume. È storia di ieri» fatta di lacrime e di sangue. Da Vittorio Veneto alla Marcia di Ronchi, dal Natale fiumano al Trattato di Roma, la fede della gente adriatica è stata una sola: l’Italia. Per questa fede il motto di Fiume era: perseverare. Negli oscuri giorni deH’armistizio, quando i fiumani reiteravano gli appelli alle mute diplomazie d’Europa per la liberazione dal loro giogo e dalla loro tristezza di essere di tutti e di nessuno, e non avevano se non dinieghi e sventure, non vi fu rinunzia, da parte loro, non cedimento. Essi seppero l’angoscia dell’attesa: « La vittoria che non ha posto fine alla necessità della Patria, non ha posto fine al nostro travaglio antico, non ci ha peranco sollevati in cospetto del più aperto orizzonte, noi che intendevamo la nostra vita di italiani come milizia, solo chiedendo di mutar fatica ». Seppero la tenacia del vincolo al patto giurato : « I tre colori che qui, a specchio del Quamaro dantesco, parevano pur ieri un sogno di audaci o di folli, splendono e splenderanno. Le aste che li sorreggono sono così infitte nelle nostre case che chi volesse strappar quelle, ridurrebbe queste a macerie ». Seppero l’ardua volontà del raggiungimento: « Sappiamo che il compito è arduo, ma anche sappiamo che non c’è mèta così alta Benedetti - 2