126 PARTE PRIMA - CAPITOLO QUINTO di prestiti, opere di circostanza ecc., potesse avere un’influenza politica sullo staterello, il quale fosse a sua volta costretto alla dipendenza e alla sottomissione per fame. I dubbi affacciati nel corso di questo libro circa la possibilità d’esistenza dello Stato di Fiume trovano in queste semplici constatazioni sperimentali la più severa conferma. Abbiamo detto, in altra parte del libro, come con tutte le giustificazioni e i rimedi possibili, suggeriti dalla disperazione, non si sarebbe riusciti nonché a costituire, a concepire uno Stato di Fiume, constretto nei limiti di trenta chilometri quadrati di territorio con poco più di quarantamila abitanti : voler cercare di arrivare a ciò attraverso le complicate trattative di Abbazia e di Roma (alla conferenza di Abbazia, sospesa in aprile, fu sostituita, con le stesse Delegazioni, il convegno di Roma destinato a continuarne i difficili lavori di dettaglio per l’intesa generale) significava ancora non rendersi conto di quella realtà ed ostinarsi invece a pensare che lo Stato di Fiume avrebbe potuto esistere, sia pure attraverso l’artificio di prestiti (era la tesi zanelliana) contratti anche all’ infuori dell’ Italia e della Jugoslavia. Altro rimedio quindi, in tali condizioni non poteva affacciarsi in quel tempo, se non nella forma d’organizzazione di Fiume e del suo porto sotto 1’ influenza italiana e più precisamente con l’annessione di Fiume all’ Italia, con relativa concessione dell’uso del porto ai paesi del retroterra, sia pure cointeressandoli nell’ambito aereato del Consorzio. Le trattative di Abbazia e di Roma, per queste e numerosissime altre ragioni tecniche e morali, non condussero ad alcun risultato e furono considerate, per accordi parziali stretti intorno a dettagli di vario genere, come preparazione di eventuali futuri negoziati. La Commissione paritetica, in sostanza, ebbe tutto il tempo di dimostrare la sua incapacità pratica, fino al punto in cui, non rimanendo alla delegazione jugoslava che il proposito di rimettere la vertenza all’arbitrato svizzero, (nel qual caso anche Fiume doveva essere interpellata prima di dettarle condizioni inappellabili) il Presidente del Consiglio italiano — che già un anno addietro, come si è detto, aveva potuto porre nei veri termini