16 PREMESSA vittoriosa e sanguinante tuttavia delle sue tremende ferite di guerra. Era il giornale della riscossa adriatica e della riabilitazione nazionale : e a definirne il preciso carattere basta ricordare appunto l’onore ch’esso vantava di avere a collaboratore quotidiano Gabriele d’Annunzio che vi affidava la sua gagliarda invettiva e la sua fede di combattente, d’eroe, di vendicatore; e quello di essere segno fedele di quell’azione di diritto che, come i lettori vedranno, seppe dalla stessa gente di Fiume vigorosamente affermarsi con sicurezza di stile e di coscienza, ancor prima dell’armistizio, di fronte al dominatore non ancora domato. La Vedetta d’Italia nacque all’indomani di una spietata violenza internazionale che, complice la triste opera di un uomo e di un Governo rinnegatoti della guerra e della vittoria — succeduti alla fiacchezza d’altri uomini e d’altri Governi tuttavia meno irresponsabili di quelli per l’estrema delicatezza dell’ora — rubava Fiume alla sua anima italiana e vi imponeva l’orrore della dominazione bruta con sanzioni che sarebbero andate dalla presa di possesso violenta della città, alla dura soggiogazione di una milizia straniera. La Vedetta gettò l’allarme. La morte di Fiume fu scongiurata. L’autore di questo libro fu tra i suscitatori di quella diana di battaglia e fu quindi per tre anni, tra compagni attivissimi, il fedele compagno e, in un periodo delicatissimo, la guida di quella numerosa vivace e tribolata famiglia, che si era costituita intorno alla Vedetta. E come fu sempre nella lotta ad oltranza sostenuta dal meraviglioso popolo di Fiume e dagli animatori delle Legioni di Ronchi, così, nella diuturna fatica giornalistica, non potè trascurare quelli che erano e dovevano essere i problemi concreti del più concreto problema che palpitasse nell’ora atroce del dubbio fra italiani ed italiani : quello della salvezza di Fiume inquadrata nella necessità per l’Italia di uscire con onore dall’aspra contesa, al più presto, perchè non le fossero preclusi i vasti campi d’azione internazionale in cui le Nazioni egemoniche del dopoguerra esercitavano la non nobile gara di predatori e quella degli accaparramenti e delle influenze, prima che noi, legati allo scoglio della politica adriatica, potessimo intervenire, certamente con altro stile e con altra giustizia, con quell’autorità che non avevamo ancora, e che soltanto ora possiamo affermare d’esserci meritata e di possedere.