Se il diritto di Fiume ha potuto trionfare sopra tutte le avversioni e le ingiustizie, oltre che sopra tutti gli assurdi e le formalità delle pattuizioni diplomatiche di vincitori e vinti, se la fierissima città del Quamaro prossima ai termini sacri di Dante, ha potuto conquistarsi la sua pace, tanto agognata e tanto disputata, sulla via di Roma, vuol dire ch’essa aveva nel corso dei tempi profondamente radicate le premesse necessarie a tanto compimento. Tali premesse sono di carattere storico, non diplomatico. Sono le premesse del suo passato e della vittoria che l’Italia aveva conseguita nella grande sua prova di battaglia, sul suo mare, dove appunto il martirio di un popolo poteva solo trovare il lauro del trionfo. La recente vittoria del Governo Nazionale è in rapporto a queste premesse: interpretativa del loro processo di maturazione, essa è infatti al di fuori e al disopra di tutti gli ideologismi e gli artifizi creati dalla frenesia ricostruzionistica del dopo guerra. Quando nell’aprile del 1915 e per volontà straniera, Fiume veniva esclusa dalle rivendicazioni italiane sanzionate nel patto di Londra, mancava ai negoziatori dell’assestamento futuro la visione giusta di quel che la guerra avrebbe distrutto o creato nel fatale giuoco della libertà dei popoli. La sconfitta dell’impero austro-ungarico doveva essere, secondo lo spirito di quel patto, necessario evento ad un nuovo riassetto di confini e di razze nazionalmente determinate : Fiume italiana, oggetto di studi e di contrasti fra i governi di Pietrogrado, Londra e Parigi, veniva sacrificata ad un ipotetico stato di Croazia. Ma la realtà e la storia imponevano, già nel corso della guerra, la revisione di questo patto a nostro vantaggio :