236 PARTE TERZA grave lezione alla nostra debolezza, troppo spesso esibita da chi ci rappresentava. Gli Italiani leggano e ricordino. Potranno anch’essi, come già è accaduto e accade fuori di noi, convincersi che da allora ad oggi molte cose sono mutate in Italia: e altre ne muteranno con l’andar del tempo. E sarà ancora possibile convincersi come sia necessario, in pace ed in guerra, guardarsi dagli stranieri di fuori e di dentro : cioè dai nemici. Che se quelli furono verso di noi inesorabili — come è dimostrato in tante pagine già scorse ed in alcune di queste che seguono — le cause non sono da ricercarsi soltanto tra loro: i nostri non furono certamente da meno nella triste opera di dissoluzione. In altre pagine, qui omesse per carità di patria, contenute nel volume fuori commercio edito dalle Legioni di Ronchi — 1 documenti delle Cinque Giornate di Fiume — è ricordato che 1’ impresa di Fiume, la quale associò il fervore di « pochi combattenti fedeli alla vittoria dei morti » al martirio della città invitta, boccheggiante sotto l’oppressione delle Grandi Potenze alleate ed associate, ebbe molti nemici esterni ed interni. Quelli sgominò senza colpo ferire, imponendosi con la generosità e la bellezza del gesto ; contro questi lottò duramente per sedici mesi, sinché dovette soccombere per evitare l’estremo sacrifizio di quelli stessi che avevano salvato dalla schiavitù straniera. Ma 1’ impresa fiumana che Gabriele d’Annunzio ispirò, diresse e personificò, dette all’ Italia continentale il confine Giulio: assicurò alla Patria la protezione della frontiera geografico-militare, dai massicci delle Grandi Alpi settentrionali sino al Nevoso, riunì per sempre alla Patria le marche orientali del Friuli e dell’ Istria. A malgrado di tutti i nemici. Creò in Italia lo spirito della riscossa: assicurò la vittoria, divenuta oggi realtà. Fra i documenti che seguono, quelli che personificano l’ostilità avversaria, sono una tremenda pagina del passato: ispirino essi gli Italiani a far sì che l’avvenire ne oscuri il triste ricordo. Il Trattato di Roma pone i segni di questo avvenire.