66 PARTE PRIMA - CAPITOLO SECONDO Non meno vasta, però, si addimostrava la propaganda dei jugoslavi in tutti i circoli interessati. Ed era naturale : essi facevano i loro interessi, spesso con maggiore efficacia di quanto noi non facessimo i nostri. « Le questioni di politica estera — facevano dire ai loro emissari i governanti di Belgrado — non dividono ma uniscono il nostro popolo. Tutti la pensiamo allo stesso modo. I nostri socialisti sono patriotti, non bolscevichi come i vostri. Basta un appello per farci scattare come un sol uomo. Siamo pronti a ricominciare! ». Esagerati ! La Jugoslavia era ben lungi dall’essere Nazione. Non era nemmeno uno Stato. Negli ambienti della Conferenza potevamo sentire, a tal proposito, personalità dell’ex impero austroungarico, che esprimevano il loro parere : « Non ci meravigliamo del fatto. Essi pensano che gli altri vivano nel mondo della luna. Sono balcanici, cioè rossi tedeschi orientalizzati. In Jugoslavia è l’anarchia più perfetta — e noi lo sappiamo. Fare la guerra ? La guerra civile forse ! La loro ricchezza ? Non hanno nulla e si dibattono in mille difficoltà, ed aspettano la soluzione della questione adriatica come voi non immaginate. Difatti, quando perdono le staffe, colmi di bile, scoppiano in esclamazioni come queste : « Noi siamo bloccati da d’Annunzio ! Strozzati da d’Annunzio ! La nostra longanimità verso costui è enorme. Dovevamo lanciargli contro i nostri volontari ». D’Annunzio è la loro bestia nera. Quanto sia grande l’importanza politica dell’impresa del poeta e infame sia stata l’opera di Nitti per scacciare il vostro Comandante da Fiume, lo si capisce solo parlando con i jugoslavi e frequentando i circoli più vicini alla Conferenza. La questione adriatica è pregiudicata irremediabilmente, ma lo sarebbe ancora di più se d’Annunzio non fosse a Fiume. Il compromesso del quale si stanno gettando le basi sarà vergognosissimo, ®a sarebbe inqualificabile se d’Annunzio si fosse fatto persuadere dalle manovre di Nitti ad abbandonare la battaglia » (*). i1) Queste dichiarazioni furono fatte da uomini politici dell’ex Monarchi ad un gruppo di giornalisti italiani a Parigi. Il compianto Nicola Bonservi le trasmise integralmente al Popolo d’Italia, di cui era corrispondente.