La lingua di uno scrittore triestino e la lingua dei triestini 33 Di fare una «difesa della lingua» di Svevo non mi è mai passata per la mente l’intenzione. La lingua di Svevo è... quello che è. Non la lingua ho voluto difendere, ma l’arte di Svevo. Ho voluto difendere l’arte di Svevo da tutti coloro che, adombrandosi per le sue defìcenze linguistiche, non tenevano in nessun conto i pregi della co-struttura e dell’esecuzione, cioè dell’insieme e dei particolari dell’opera narrativa, considerata da altri punti di vista, non da quello unico e solo della lingua (1). E poiché questa storia della lingua mi sembrava in alcuni una schizzinosità voluta, un «pretesto» per rifiutarsi a riconoscere nello Svevo un artista di prim’ordine, ripubblicai il mio articolo del Corriere Emiliano con qualche ritocco e col titolo più esplicativo di Italo Svevo ossia della invidia letteraria («Trentino», Trento, agosto 1928). Per la stessa ragione avevo dato il consiglio allo Svevo di far tradurre i suoi romanzi in francese, perchè così sarebbe stata eliminata la questione della lingua e, dovendo i critici concentrare tutta la loro attenzione sopra gli altri meriti (formali ed intrinseci) dell’opera d’arte, egli avrebbe avuto più facilmente causa vinta. Se questa è ingenuità, me ne consolo senza fatica, essendoci caduto insieme con Gabriele d’Annunzio, il quale, a proposito di Antonio Fogazzaro (ebbe anche lui i suoi censori per il malo uso della lingua), sentenziava: «è consigliabile giudicarlo nella traduzione francese. Il buon Hérelle ha saputo dargli quella purezza che gli manca». (Cfr. TOM ANTONGINI, Vita segreta di Gabriele d’Annunzio, Milano, Mondadori, 1938, pag. 120). Fatte queste due riserve, che mi riguardavano personalmente, io non ho che da compiacermi per lo studio di Giacomo Devoto. La lingua di Italo Svevo, ripeto, è quello che è. Non va difesa, ma studiata. Studiata tenendo bene distinta la lingua dallo stile o, come vuole Giulio Bertoni, lingua da linguaggio. Non confondiamo quello che va assegnato alla grammatica e al lessico con quello che va assegnato all’arte retorica. (1) La questione ch’io facevo allora, mirando soprattutto alle bellùrie, di grande ostentazione ma di corto fiato, dei «calligrafisti», la vedo rinfrescata ora da Gino Saviotti nel Meridiano di Roma (4 dicembre 1938: Panorama letterario dell’Italia d’oggi, Il romanzo: «gli scrittori italiani, troppo scrittori, non sanno fare il romanzo completamente romanzo»). «Troppo scrittori» ...