356 GIORGIO PITACCO Per questo suo instancabile perseverare nel benefìcio egli ebbe in dono la medaglia d'oro di benemerenza. Ma altre ne ebbe dalle famiglie dei caduti in guerra, le salme dei quali aveva ridonate alla terra natale, dai volontari, dal Comune. Egli fu veramente un benemerito in ogni campo della nostra battagliata esistenza. L’attrazione che egli esercitava sui popolani di città vecchia e di Barriera, dove aveva la casa domenicale e nel rione di Servola, dove abitava, l’aver appartenuto dal suo 30“ anno senza interruzione al Consiglio della città e per molto tempo alla delegazione municipale, l’aver coperto gli uffici di Vice Commissario del Comune redento e di presidente della Congregazione di Carità, Tesser stato infaticabile presidente dei Comitati elettorali spece per le elezioni amministrative e politiche — e sopravvive nei ricordi quella memorabile combattutissima del 1911, per le elezioni al parlamento di Vienna — gli avevano assicurato una grande influenza nella vita nazionale e politica nostra, che si accrebbe durante gli anni di guerra per i servizi resi, disinteressati e continui, alla causa dei profughi e dei volontari. Dopo Caporetto egli si era ritirato dapprima a Bologna e poi ad Albano Laziale. L’infortunio di Caporetto valse a rinvigorire la passione nostra, non meno di quella della intera Nazione. L’angoscia delle prime incertezze, sfruttate ai nostri danni dagli alleati infidi, si convertì ben presto in un bisogno di nuove energie, di più immediati interventi. Non poteva più bastare di affidarsi nei riguardi delle aspirazioni Adriatiche alla incerta e dubitosa politica del Governo che pericolava di affogare nelle torbide acque dei partiti politici. Occorreva un'azione nostra diretta. Gli irredenti avevano prima di ogni altro il dovere preciso di sostenere la necessità della liberazione e dell’avvenire delle loro terre; più che mai contrastate dalle armi nemiche e contestate dal nuovo alleato, il Presidente Wilson, che nella sua mistica presunzione si atteggiava arbitro e salvatore delle incerte fortune della Intesa. Già il patto di Corfù che alzava proprio e solo contro l’Italia il principio di nazionalità aveva messo in forse il diritto al trattato di Londra e minacciava anche per l’atteggiamento subdolo delle varie democrazie di svalutare nella comoda formula della autodecisione dei popoli gli enormi sacrifici di sangue e di morti che era costato all’Italia l’aiuto prestato agli alleati. Per l’idea di alcuni di noi fu deciso perciò di unire tutti gli irredenti — erano parecchie migliaia — in un fascio inteso ad assi-