FATTI, PERSONE, IDEE 467 presente in cui si appalesa il flusso assiduo del tempo. Quasi toccano il suolo, si sollevano come pennacchi addentrandosi nello spessore del cielo; il bastione rotondo avvolto in un pelame ispido di rampicanti, la torre della chiesa, i giovani gracili cipressi ritti sul pavimento romano si trasfigurano anch’essi in uno sforzo di ascensione e il sole si depone qua e là, straordinariamente vivido, a chiazze, come una patina di vernice fresca che immediatamente si rasciuga. E’ singolare il senso dell’altitudine che si avverte a questa quota modesta, forse perchè la catena del Vena non sale che insensibilmente, forse perchè l’illusione è amplificata dal maestoso vedere che fanno calando nel gran vacuo le nubi sgorganti dall’altopiano con prepotenza da pro-tagoniste. Messaggere del continente, trasmigratrici candide e fredde hanno pero la sorte di non resistere lungamente al fiato del mare. Qui vengono a morire le nuvole del nord. Periscono, non per consunzione lenta, ma in una disgregazione che fa pensare all’azzurro come a un solvente, a un corrosivo bello e micidiale. Ricordiamo di aver seguito più volte e inutilmente con l’obbiettivo puntato il transito di una nube per fermarla sullo sfondo d’un monumento o d’un paesaggio: in un certo punto misterioso questa entità così densa, staccata, più solida che aereiforme subiva l’agguato: schiumeggiava e vaniva. Nuvole, luci, stagioni, elementi labili fermati nelle cento fotografie che passano tra le nostre mani. Chi vi dedica più di un accenno, di una notazione rapida? Eppure le corrispondenze fra meteorologia, carattere, destino ci paiono meno che mai enigmatiche e saltuarie in questa città latina così diversa da tutte le altre, che in virtù della sua posizione e della sua gente ha per secoli intieri padroneggiato le influenze esterne, elabo- rato il nord e l’est, spiriti e razze, sempre all’erta, sempre combattiva come il suo cielo. GINO VILLA SANTA Cesare iSofianopulo Cesare Sofìanopulo ha preso cappello per la recensione (1) di Giuliano Gaeta comparsa nell’ultimo fascicolo de La Porta Orientale (IX, 400-02) e ci ha scritto ben 12 pagine fitte fitte di controsservazioni, che noi non possiamo pubblicare non solo per ragioni di spazio, ma anche per-che ci sembra che la reazione del Sofìanopulo non sia proporzionata alla causa o allo stimolo che si voglia dire. Abbiamo riletto la recensione del Gaeta: le riserve ch’egli ha fatto non menomano punto le lodi, ch’egli pure ha confermato, tributate all’opera del Sofìanopulo dai più insigni competenti in materia di versioni e, massime, dai più profondi conoscitori del Baudelaire. Il Baudelaire è poeta ultraraffinato, che finisce col viziare i suoi propri lettori; tanto da renderli di estremamente difficile contentatura verso i suoi traduttori, da farli inalberare subito se non rigustano, attraverso la versione, fin le minime delizie che avevano già gustato nell’originale. Guai se non ritrovano nella versione tutto quello che han trovato nell’originale! (2) E a sua volta, contro le riserve e le obiezioni protesta, naturalmente, il traduttore, conscio della enorme fatica durata nel trasportare in un’altra lingua il terribile testo di un poeta quale il Baudelaire. Comprendiamo benissimo come anche il Sofìanopulo insorga a difendere vivacemente l’opera propria, compiuta con una scrupolosità senza limiti e, crediamo, senza preceden-