ANTONIO SMAREGLIA E IL RINNOVAMENTO DELE'OPERA ITALIANA Discusso frainteso, osteggiato vilipeso, poi sepolto coi suoi fantasmi, questo nostro Artista rieccheggia nel decennale della sua miserrima morte coll’ansito dell’aspra fatica di «dinamitardo», che ilei terzultimo decennio dell’800 mise in subbuglio il quieto cenacolo musicale del Caffè delle Colonne, a S. Babila di Milano, dove in un clima serenamente romantico convenivano intorno ad Amilcare Ponchielli i suoi affezionati Gomes Podestà Marchetti Palminteri Auteri-Manzocchi Scontrino, ed altri infioratori del declinante romanticismo. Fin da quei lontani anni lo Smareglia, tenace scompigliatore, con la sua inconsapevole irruenza giovanile si era creato una notorietà che nel dilagante dilemma «Verdi o Wagner» Io aveva definitivamente irreggimentato nella sparuta schiera degli Scapigliati, al seguito del demolito vessillifero Arrigo Boito, ma mentre quest’ultimo era poi riuscito a rompere il magico cerchio dell’ostilità consacrandosi a una «volontaria schiavitù verdiana», lo Smareglia, per sopportando l’irriducibile accusa di wagnerista antitaliano e la conseguenza di miserie denigrazioni infamie, era rimasto fermo e inflessibile sulla direttiva del primo programma boitiano, lanciato nel 1864 con le parole: «Al di sopra d’ogni sventura e d’ogni veneranda età e d’ogni splendida fama noi rispettiamo ed amiamo quello che a noi pare la Verità, quello che a noi pare l’Arte, dove misericordia e galanteria sono ciance disutili e vane.» A farci ricredere dal wagnerismo smaregliano è molto opportunamente intervenuto il Dopolavoro Comunale di Dignano d’Istria con uno studio storico-artistico edito in occasione del decennale commemorativo dell’Artista e intonato — come il Dopolavorista espressamente avverte — al carattere rude e popolaresco, al gergo violento e sinceramente aperto dello Smareglia. Frutto di questo studio è i! sovvertimento del nostro credo: il wagnerista antitaliano ci si rivela un italianissimo boitiano, il concluditore d’una trascurata scuola di rinnovamento dell’arte melodrammatica, sorta e sviluppatasi in Italia nel 1865, poi inchiodata per opera di congreghe utilitarie ebraico-massonico-borghesi e infine pretesamente sepolta nel nome di Verdi-Boito, senza avvertire che questo binomio conteneva, in essenza, un’irriducibile antitesi pietosamente ammantata con un compromesso. Dobbiamo dunque chiederci se sia il caso di riesumare, per la grandezza del primato italiano, questo soffocato periodo del naturale sviluppo di quella forma d’arte che nacque con la Camerata fiorentina del ’600, si sviluppò fino a Verdi e Puccini, ed ora si trova trascinata in una luce crepuscolare tra le più opposte profezie di teorici ed esteti e tra l’inquinamento