434 LINA GASPARINI potranno, in un tempo lontano, le fronde d’un roseo albicocco di nuovo fiorir. Di nuovo l’azzurra visione dei monti selvaggi velare i rami sottili potranno; trillare l’allodola in albe lontane s’udrà. E forse, dal tronco primiero gli antichi miei sogni assurgendo, pei rami novelli, pei fiori fremendo al bacio del vento s’udranno cantar. E un dì rileggendo i miei versi lontani, obliati, mia figlia, flessuosa, elegante qual fresca giunchiglia, verrà sotto i roridi rami a sognar. Nuoro (prov. di Sassari, Sardegna) Marzo 1896. GRAZIA DELEDDA Poco nota è la Deledda come poetessa, eppure vediamo con quanta arte sa esprimere l’anima sua cresciuta solitaria in mezzo alla natura che sente e ama tanto da riuscir a identificarsi con essa. Certo natura e arte erano allora il solo conforto e rifugio del suo spirito giovane, sensibile, esacerbato dalla piccineria spesso malvagia di quel mondo provinciale in cui doveva vivere. «Io, scriveva nel 1891 a un amico (2), intromettevo un bozzetto fra l’apparecchiare la tavola e preparare il caffè e fantasticavo versi davanti la mia finestra, davanti alle montagne solitarie tinte di rosa nel crepuscolo silente, intrecciandoli ai fiori serici del mio ricamo, alle maglie della mia calzetta — ahi! — quante volte bagnate da una lacrima di rancore e di sdegno.» Passano nove anni tra la prima e la seconda lettera della Deledda, che è del 1905; periodo fecondo di opere fortunate e di prosperi eventi. Lavorando coscienziosa e assidua ha dato alla luce cicli di novelle e varii romanzi (3), tra cui alcuni de’ suoi migliori, e si è in tal modo guadagnata una fama che rasenta la celebrità. Ha lasciato l’opprimente provincia per il vasto orizzonte di Roma; ha sposato, è felice, madre non di una flessuosa figlia, come aveva sognato nella poesia del mandorlo, ma di due robusti bimbi. Fama