GABRIELE D’ANNUNZIO E GLI IBREDENTI 335 «Gabriele d’Annunzio, il quale presentemente viaggia per pa-«recchie città d’Italia, per tenervi conferenze che a Milano e a To-«rino hanno dato pretesto alle dimostrazioni irredentistiche già annunziate dalla stampa, intendeva di parlare il 1° marzo p. v. anche «a Trieste, e a questo scopo si era preso in riflesso il più grande «teatro della città. La Luogotenenza, in considerazione delle dimo-«strazioni da aspettarsi anche a Trieste, ha ora proibito che la conferenza si tenga». Amaramente commentava il «Piccolo», in un articolo dovuto senza dubbio alla penna di Silvio Benco, il divieto luogotenenziale. Dopo aver ricordato che l’Austria aveva qualche anno prima proibito a Trieste la rappresentazione della Nave, lo scrittore si domandava perchè, se il breve passo riguardante l’Austria sotto l’aspetto aeronautico, dava ombra all’autorità, questa, anziché vietare la conferenza, non si fosse limitata a togliere quell’accenno. «Le forbici di una censura moderna non sono dunque abbastanza delicate per tagliare anche la plastica prosa di Gabriele d’Annunzio?». «La Luogotenenza pensa certamente che sarebbe stato inutile: e che l’esplosione dell’entusiasmo, per quanto si tagliasse e si sfrondasse, non si sarebbe potuta in alcun modo evitare. Entusiasmo per che cosa? per chi? Non per le parole debitamente tagliate, ma per lui Gabriele d’Annunzio; non per i passi di cattivo suono, ormai espulsi dal discorso, ma per il poeta. «Eh sì: questo sì: questo è certo! Non occorre avere occhi oltreveggenti per imaginare ciò che sarebbe stato il Politeama al-l’apparire di Gabriele d’Annunzio. Il pubblico immenso di una città italiana avrebbe salutato il maggiore maestro vivente della lingua italiana, il maggior poeta vivente della sua stirpe, l’uomo che la reincarna in quest’ora, fra un lavoro tenace e un battagliare tenace, dinanzi all’ammirazione del mondo. Il pubblico avrebbe avuta un’improvvisa visione di gloria, un’improvvisa intuitiva certezza di una missione di gloria affidata all’esile artefice dal cervello possente; e gli uomini sarebbero scattati in piedi, le donne avrebbero, sventolato i fazzoletti, i giovani avrebbero frenato il pianto generoso: poiché tale è l’emozione della folla all’apparire d un uomo grande, di un’idea collettiva di grandezza in un uomo. Così avvenne a Milano, così avvenne a Torino, così avvenne in tutte le città dove pure il d’Annunzio ha aristarchi, ha avversari letterari, ha invidiosi, ha nemici; così sarebbe avvenuto a Trieste, per lo stesso impeto di un fascino che accende, quando taluno è il glorificato di una stirpe intera; così già avvenne, anzi, a Trieste, nell’emiciclo affollato del Teatro Verdi, quando Gabriele d’Annunzio fu qui