478 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO bre d’un anno, ma di quell’anno fortunoso e glorioso per la storia del nostro popolo che fu il 1918: quando la guerra, in cui ci impegnammo per conquistare all’Italia con il naturale confine le terre che per diritto legittimo e naturale dovevano esserle riconosciute, era già giunta alla sua ultima maturazione e si affrettava verso il suo epilogo. Trattasi nel complesso d’un diario di immediate e fresche impressioni. Protagonista della narrazione è il fante d’Italia, nei momenti in cui grandeggia per alto spirito di abnegazione e per sublime e irresistibile valore — come forse su nessuna altra scena illustrata dalle sue gesta — sulla sponda del Piave prima nella azione difensiva per contendere il passaggio oltre il fiume al nemico e quindi nello slancio offensivo per fugarlo, disperderlo e strappargli le indebite usurpazioni e gli ingiusti possessi al di qua e di là del vecchio confine. — Fante d’Italia e Piave ecco un binomio inscindibile della più adamantina compattezza e della più intensa rifulgenza a gloria della Patria. — L’azione difensiva sul Piave, o più semplicemente la battaglia del Piave dal 15 al 24 giugno costituì l’ultimo disperato tentativo delle forze militari austriache per preservare lo stato absburgico dallo sfacelo e dalla disgregazione che già si delineavano implacabili e costituì per noi il fatto che decise in modo inconvertibile le sorti vittoriose delle nostre armi. | j{U Gli avvenimenti successivi, compresi quelli conclusivi del novembre, apparvero la continuazione inevitabile e quasi attesa delle radiose giornate di giugno. Tali giornate furono il punto di partenza sul tracciato ormai fermamente segnato che fece capo a Vittorio Veneto. Sull’azione del giugno e sulle tappe dell’avanzata irrefrenabile e travolgente marcate dai nostri soldati tra la fine dell’ottobre e il principio del novembre, Arrigo Pozzi ci ragguaglia con chiarezza e precisione siffatte e da non temere confronto. Ci persuadiamo quanto calzi a meraviglia e sia esatta questa sua affermazione: «In verità la vittoria dell’esercito italiano su quello austriaco aveva incominciato in giugno, ed era continuata poi in ottobre, quando l’esercito austriaco non avendo più potuto riprendere efficienza tra la sua e la nostra offensiva, pur difendendosi strenuamente riceveva una più grande e irreparabile sconfitta ed effettuava la ritirata, obbligatoria, mutatasi a mezza via nell’irreparabile e terribile disastro della più completa dissoluzione». Il Pozzi, compiendo, durante quei mesi del 1918, il suo dovere di combattente in una posizione «li responsabilità di particolare fiducia e nei posti dove la grande guerra doveva essere decisa, in linea principale, palesava un intuito fortunato nel giudicare la portata degli avvenimenti e le conseguenze che ne sarebbero derivate. Mai gli sfuggivano le precise e reali intenzioni del nemico. S’era cosi reso conto che l’intenzione austriaca, nell’imprendere quell’offensiva del giugno che noi sapemmo stroncare in guisa da togliere alla famosa «I-sonzo-Armee» ogni velleità di ripeterla, era stata quella di «sfondare a cavallo del Brenta la fronte montana in modo da raggiungere al più presto la pianura, avvolgendo le unità che difendevano il Piave». Sogno temerario e folle d’una notte d’estate, conto sbagliato e amaramente scontato. Non così sbagliammo noi allora il nostro conto, quando, quasi interprete del pensiero e della risoluta volontà di tutti i nostri combattenti, il co-