270 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO bilmente, un giorno li accoglierà tutti, nonché, precipuamente, per il loro carattere fondamentalmente pedagogico. Dopo di ciò il Funajoli entra nella parte pedagogica vera e propria, cominciando a parlare della disciplina (che è intesa da lui come «autodisciplina che si realizza nell’intimità dello spirito dell’educando come sintesi pratica di libertà e autorità») e dell’autorità (il fanciullo ricerca una ragione più forte della propria, la ri-Irova neH’esperienza del maestro, e la fa sua). L’insegnante sarà portato spesso a concedere od a rifiutare qualcosa ai propri alunni: bisogna che egli sia conseguente, determinato sempre da motivi razionali, motivi razionali ch’egli non deve spiegare, perchè, per l’alunno, i motivi stessi sarebbero irrazionali: egli non li comprenderebbe nel loro giusto valore. Ma — ci vien fatto di chiederci — mai l’alunno comprenderebbe tali motivi? E se, in qualche caso, li comprendesse, perchè non spiegarli? Il Funajoli dice che l’alunno «deve accettare questa vostra razionale volontà come sua propria razionale volontà, per fede». Ma se il motivo che determina l’insegnante nella sua decisione è irrazionale per l’alunno, come può sorgere in quest’ultimo una volontà razionale? A noi sembra che essa potrebbe sorgere in un caso solo, e cioè qualora, non essendogli in uno o più dati casi spiegata la decisione del maestro, l’alunno tuttavia l’accetti in quanto, essendosi reso conto che altre decisioni del maestro stesso erano razionali, viene nella determinazione che anche questa non può essere che razionale. C’è la fede dunque, come il Funajoli dice, ma non una fede cieca, ipnotica quasi. L’alunno è un essere ragionevole — e la scuola tende a renderlo sempre più ragionevole: quindi ci sembra che non sarà male spiegargli almeno quelle decisioni la cui spiegazione egli può comprendere. Non crediamo che le spiegazioni sieno possibili sempre, ma non crediamo neppure che non sieno possibili mai: è l’aver dimostrato d’aver avuto sempre ragione che determinerà l’alunno alla fede, alla convinzione cioè che il suo maestro ha sempre ragione. Con ciò certo non vogliamo dire che la spiegazione delle ragioni dell’ordine debbano precedere l’ordine stesso o seguirlo immediatamente; siamo d’accordo che l’ordine, per quanto benevolo, debba essere robusto e secco e che non debba essere revocato. E molto ben dice il Funajoli quando afferma che «nulla distrugge di tanto l’autorità dell’educatore quanto l’ordine cui segue il contrordine». Seguono delle interessanti osservazioni sull'attività intellettuale dell’alunno e sull’opera deleteria dei «giornalini» che infestano il nostro paese, viene esaminato il valore dell’esempio dell’insegnante ed il valore del castigo ch’egli dà. «Il castigo non dev’essere punizione, ma correzione e rettificazione della volontà», dice il Funajoli. Dalla seconda parte di questo suo asserto comprendiamo benissimo quanto il Funajoli ci vuol dire, e cioè che il castigo non dev’essere fine a se stesso, quasi una vendetta; la prima parte invece ci appare un po’ oscura, ma gli è che non sappiamo quale valore il nostro autore dia alla parola «castigo» e quale alla parola «punizione». «Occorre perdonare la colpa, ma non condonare la pena» ci dice il nostro insigne studioso, il quale soggiunge che le amnistie sono un gravissimo errore, che la funzione del castigo è quella di correggere le intenzioni, non quelle consumate, giacché sarebbe impossibile, ma quelle che devono ancora generarsi, che il castigo è nullo se l’effetto gli manchi.