GABRIELE D’ANNUNZIO E GLI IRREDENTI 341 gnoria ma per sempre novo pensiero, non soltanto ricca di reliquie mute ma di cultura eloquente. Noi abbiamo lasciato compiere su voi, per anni e per anni, le più inique persecuzioni, o fratelli nostri magnanimi che opponeste alla minaccia il coraggio, all'ingiustizia la pazienza, la maschia gentilezza alla stupida atrocità. Noi non abbiamo osato aiutare nè confortare la triste e taciturna lotta proseguita da voi, o fedeli di Roma, per custodire la benedetta lingua d’Italia, per difendere i documenti dell’alta origine, per serbarvi contro tutti e contro tutto italiani. Qualche giorno dopo questo discorso, il poeta, lasciata Genova, è a Roma. Sono le due settimane cruciali dell’interventismo, che si batte sul fronte interno per aprire all’Italia il varco verso la sua nuova storia. Salvo qualche raro accenno, il motivo irredentistico, in se stesso isolato, scompare dai discorsi dannunziani, che puntano invece con veemente passione civile contro le ultime resistenze del neutralismo. Così il discorso genovese del 7 maggio chiude l’ampio ciclo dell’irredentismo di Gabriele d’Annunzio, ma apre contemporaneamente la sua campagna dalmatica. Negli scritti di guerra il tema politico dell’irredentismo ritorna frequente ed impetuoso, poetica-mente popolato d’ombre, di figure, di sogni e d’eroismi vivi nell’anima e nella memoria dello scrittore. E’ tutta una letteratura che fa corpo per se stessa e che esula, per chiari motivi, dalla nostra indagine. L’irredentismo, come fatto storico, finisce il 24 maggio 1915: esso dà il fronte all’intervento italiano. Ma la guerra, condotta nel nome di Trieste e di Trento e idealizzata da questa ultima passione del Risorgimento, è già al di là dell’irredentismo: prova prima e suprema dell’unità nazionale di fronte all’avvenire. Gioverà un giorno raccogliere, stralciandola dalla letteratura di guerra, questa documentazione dell’infinito amore che Gabriele d’Annunzio, poeta dell’irredentismo, portò alle terre ora ricongiunte alla Patria: doveroso tributo, anche questo, di riconoscenza verso colui che ha scelto la sua tomba presso l’Alpe di Trento e vi dorme, nella luce della gloria, vigilato dai sogni della nostra giovinezza lontana. GIUSEPPE STEFANI