CARLO BANELLI, RIEVOCAZIONE 351 dai quali chiara rifulgerebbe in un nimbo di virtù patria la gloria della nostra mai smentita italianità. Carlo Banelli delle maggiori di queste istituzioni fu parte attiva, vigile, ricercata, per la impulsiva bontà del cuore e la dirittura del carattere franco, schivo da patteggiamenti e da debolezze. Fu uomo più che di parole, di azione. Cominciò giovane ancora a farsi notare quando, alfiere arzillo ed aitante della Società Triestina di Ginnastica alla testa delle baldi schiere dei soci col vessillo azzurro e sullo scudo rosso l’alabarda che era simbolo e sfida, suscitava per le vie assiepate di cittadini onde di irreprimibile commovente entusiasmo. Nel 1888 con Felice Venezian presidente aveva rappresentato a Trento l’Associazione Triestina di Ginnastica, nella sua rinascita dopo lo scioglimento per reati politici della prima creata già nel 1863. Essa doveva secondo l’ammonimento del presidente combattere l’inerzia delle membra e della volontà per preparare una generazione che sana e robusta di corpo, conscia del proprio valore, fosse capace di sostenere in ogni tempo validamente l’ardua lotta prò il cittadino diritto. Come l’abbia saputa sostenere la lotta ne fanno prova l’incendio con cui credevano di punirla alla vigilia della grande guerra le ubriacate orde di arrabbiati nemici ed i sette scioglimenti, tutti per reati politici, per i quali è passata, conservandosi pure attraverso denominazioni diverse (Società Triestina di Ginnastica, Associazione triestina di ginnastica, Unione Ginnastica, Società Ginnastica, Associazione Ginnastica e Società Ginnastica Triestina) la stessa pienezza di resistenza e di animo combattivo, lo stesso programma irredentista. La Società Ginnastica triestina, alla cui istituzione il 2 gennaio 1910 ho presieduto, malgrado la distruzione del 1915 è tutt’ora viva e vitale ed apprezzata istituzione fascista. Carlo Banelli, oltre ad esserne il porta bandiera fu membro della direzione dal 1886 al 1901 ed ebbe sempre molta parte alla 'ita ed alle cospirazioni che la guerra della Bosnia ed il supplizio di Guglielmo Oberdan avevano rinfocolate a preparare quei giorni migliori che nella notte del 19 dicembre 1882, vigilia del supplizio, Giosuè Carducci aveva intuiti ed augurati. Da questa tragedia che impose al mondo la questione di Trieste, era passato un ventennio, durante il quale la fiera volontà degli irredenti si era andata plasmando e fortificando nel carcere e nel-t silio ai più duri cimenti, quando un avvenimento auspicato, ma