322 GIUSEPPE STEFANI Gabriele d’Annunzio non poteva mancare all’appello. La sua risposta, pubblicala nel «Regno» del 31 luglio 1904, è del tutto conforme all’intransigenza del suo temperamento politico, che rifiutò sempre d’adeguarsi alle serpigne necessità della diplomazia. Ma essa è importante anche per il fatto che per la prima volta definisce integralmente la passione adriatica del poeta e rappresenta la prima pagina del suo grande libro dalmatico: Mio caro amico, dai marinai del mio Abruzzo vecchi e giovani l’Adriatico è tuttavia nomato Golfo dì Venezia, di quella Venezia che fu primamente costrutta con belle pietre d’istria su tronchi tagliati nelle selve istriane. Quando ebbi la ventura di traversare quel nostro Golfo, quasi fanciullo, vidi con meraviglia nelle mura venete di Traà, sopra una porta, un cipressetto nato dalla fenditura dell’architrave, così che il Leone repubblicano nera tutto coperto come di gramaglia. E mi fu detto che quell'albero funebre aspettava un giorno di prodigio per subitamente fiorire. Da allora mi parve che a quel giorno dovessimo noi votare un culto di aspettazione. Di tratto in tratto qualche ode non inerme fu mandata oltremare, a quella spiaggia che ambiziosamente dovremo noi sentir latina insino alle Bocche di Catturo, per tutto il paese che in tempi di magnificenza fu chiamato Albania veneta. E, quando per la prima volta, dopo la disfatta di Lissa, una squadra italiana comandata dall’ammiraglio Bertelli entrò nell’Adriatico e gettò l’àncora nelle acque di Ancona, io colsi Yoccasione per scrivere audacemente un piccolo libro intitolato: „L’Armata d’Italia’’, che stimo il più vivo e fresco fra quanti io abbia scritti, se bene posto in oblio. Penso dunque, mio caro amico, che ogni buon italiano debba su l’argomento da Voi proposto professar l’opinione di quel rozzo Leone che ancor guarda le mura di quell’ardua Montona alla cui selva comunale l’estremo eroe Angelo Emo chiese gli alberi per costruire le novissime zattere imaginate dinanzi alla Goletta. Quel Leone tiene ben chiuso tra le branche il libro dell’Evangelista, volendo quivi abolire in eterno il „Pax tibi”. E giova a noi ricordare che, sempre, v’è più forza e v’è più saggezza nella più rozza delle nostre vecchie pietre, che nei cervelli melmosi dei nostri uomini statuali. Ma oggi noi siamo intenti a disseppellire le mine auguste per aver motivi di dispute archeologiche, e a scoperchiare le tombe insigni per riempirle di floscia eloquenza officiale. Tuttavia quello stesso Càstore, il quale discese rosso di strage alla Fonte di Juturna