FATTI, PERSONE, IDEE 465 zione un po’ ingenua. Pagine di piccola lirica senza enfasi, si leggono con uno sguardo: panorami, prospettive, particolari, tutti tagliati, osiamo credere, con una certa maestria. Ecco la città che amiamo, negli aspetti di tre stagioni: la fissità vitrea dell’inverno, l’eccitazione della primavera, la trionfalità molle dell’estate. Scheletri di rami e ondate dr foglie. La primavera passò volando senza indugiarsi ad accarezzare virgulti o a sorridere nei primi tiepidi azzurri del cielo; la vegetazione venne su di schianto, da un giorno all’altro e l’ultimo serpeggiamento di freddo fu inghiottito dalla vampa con uno stridio di bruciatura. Trieste non è usa alle mezze-tinte delle stagioni intermedie che arrivano, oziano, svaporano impercettibilmente, il suo stile, climatico dimostra una concisione e una trasparenza elementari, la sua ruvidezza ricorda gli impulsi dei galantuomini. Orbene, intorno a questa verità sussistono larghi margini per le esplorazioni inedite, per le osservazioni del fotografo-scrittore: le luci e il cielo. Quando cominciammo era una giornata di febbraio. Le folate di bora fischiavano a lunghi intervalli, di soprassalto come escandescenze di una gigantesca creatura esausta dopo una crisi di furore e la città appariva strofinata, secca, fragile, tutta angolosità. Tempo da allucinazione con un sole per niente benigno, anzi spiritato, tagliente che creava blocchi di ombre nerissime e illuminazioni simili al lampo del magnesio, che nell’atmosfera rarefatta faceva impazzire dimensioni e distanze. Città, sobborghi, colli sembravano asserragliati, ogni cosa si espandeva nel senso dell’altezza invitando all’altezza. La torre del combattente ci si presentò con la snellezza pesante di una spada da torneo medioevale, ma appena fummo sulla cima la sentimmo fremere come una corda entro il vivo del vento. Giù le raffiche erano divenute blande, correvano lisce nei canali delle strade, su ci aggredirono, ci scrollarono e il nostro cappello viaggiò nello spazio indicibilmente leggero, come un aerolito. Sollevatici cautamente al livello del parapetto ci sentimmo però compensati della disavventura. Quanti triestini sono saliti, pensammo, qui ? Non molti forse, chè tali suggestioni sono lasciate di solito al turista cacciatore di posizioni dominanti. Eppure la visione che si può cogliere dal centro stesso della città, tra Adriatico e altopiano carsico non ha la banalità del panorama comunemente inteso. Si dice di esso come in presenza di una individualità originale, fortemente definita; ecco qualcuno. La superfice leggermente convessa del mare ci invitava intanto al «controluce», il golfo tremava come un firmamento e contro questo splendore siderale si drizzavano duramente corporee la guglia della chiesa evangelica, il torrione delle poste, i magazzini plumbei del puntofranco. A sinistra il castello, San Giusto, il monumento dei Caduti messi in fila stavano posati sul colle scabro come tre soprammobili bene intonati, a destra il tranvai di Opicina progrediva pazientemente, bruco turchino, sul pendio di Scorco-la, bigio come tutte le alture, con le centinaia di case, di ville ignude fra gli alberi nudi, a oriente il gran mantello verdastro del bosco dei pini e nel piano la topografia serrata irregolare delle piazze, delle vie, i quartieri venuti su a scaglioni, le breccie aperte dal piccone, l’edilizia nuova col suo piglio spavaldo. Trieste adorabile era intera sotto agli occhi, già i suoi lineamenti marini, urbani, montani stravolti dal contatto col vento andavano ricomponendosi rassettandosi passando dal corruccio all’ilarità. Ed ecco la prima rivelazione. La mutevolezza degli stati d’animo ambien-