BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 271 Nel castigo l’insegnante dev’essere tempestivo: «di rado essi (i bambini) peccano per meditata malizia; e conviene che il castigo, per essere efficace, consegua rapido alla colpa e subitaneo com’essa» come afferma il Capponi. E se con Gino Capponi il Funajoli è d’accordo nel riprovare i «barbari colpi» che un tempo «inasprivano gli animi», pur esortando gli insegnanti a non lasciarsi «trasportare dall’ira ad atti punitivi che si giovino di mezzi fìsici», cita ed accetta il passo in cui il Capponi stesso afferma decisamente: «io non credo che le correzioni manuali sieno da sbandire affatto dalla domestica educazione». Affermazione questa con cui si risolleva tutto un dibattuto problema più che annoso. Ben lungi dal propugnare l’uso del bastone ed in genere di quelle pene corporali che pur, anni or sono, abbiamo avuto nozione dai giornali essere state ripristinate in una legislazione scolastica straniera (l’insegnante, distributore freddo di una data dose di bacchettate o di manate, è inconcepibile per la nostra mentalità italica) chiede — se non erriamo — il superamento di certi punti della legislazione scolastica che sono di gran lunga più rigidi del codice. Difatti, se il codice penale parla di un abuso dei mezzi di correzione cui commina una pena (ed abbiamo l’abuso dei mezzi di punizione quando dal fatto deriva il pericolo di una malattia del corpo o della mente, vedi Cod. pen. art. 571), e implicito che ammette la correzione, una correzione cioè materiale. Ci pare insomma che il Funajoli ci dica, superando anche l’ambito della colonia feriale per giungere a qualche cosa di più ampio, abbracciante per 0 meno la scuola elementare: «Ma Perchè mai il padre e la madre han-n° il potere ed anzi il dovere di applicare un santo scapaccione al figliolo che fa una monelleria di un certo peso, perchè il primo passante non sarà condannabile, se darà uno scapaccione al monello che fa alle sassate contro le finestre di una casa o lega una pentola alla coda di un povero gatto randagio, e l’insegnante a scuola verso i suoi alunni, per i quali è un padre e più che un padre, ha da applicar la punizione, per esempio, della sospensione dalla scuola per un determinato numero di giorni? Non lo sa forse che tale sospensione, proprio in quei casi in cui va applicata, è per lo più una gioia per il monello il quale in tal modo può di diritto scorazzare per le strade a far tutte le monellerie che crede? Ed è con la semplice e regolamentare sospensione dalle lezioni che l’insegnante deve reagire in quei casi, gravi quanto rari, in cui un monello, sobillato per lo più da genitori incoscienti o criminali, risponde scorrettamente, ingiuria o minaccia? Perchè anche di questi casi si danno nella scuola elementare, e poiché la scuola elementare è obbligatoria, è logico che non si possa neppur prendere in considerazione il provvedimento, possibile e logico per una scuola media, qual’è l’espulsione. Ricco di problemi dunque questo studio del Funajoli del quale sorvoliamo le ultime pagine anche perchè altrimenti il nostro articolo diverrebbe di una lunghezza eccessiva. E veramente del nostro autore si può dire che ha fatto opera quanto mai utile, analizzando quella che dev’essere la nostra didattica nuova, la didattica fascista, tendente anzitutto a «formare il cittadino attraverso l’esercizio e la pratica della vita sociale e nella conquista delle verità della scienza e della fede». Il Funajoli è uno dei pochi che trattano il problema pedagogico fascista con profonda cognizione di causa e ricercando la essenza del problema, sicché è ve-