416 AZZO RUBINO que rivelare compiutamente ciò che nell’indole d’una civiltà o d’una razza è più intimo, originale, profondo». Dunque il senso razziale ispirava anche al Leopardi l’intuizione della necessità d’una musica «nazionale». Il valore attribuito dal Leopardi al linguaggio musicale è di primissimo piano, tale da rafforzare l’esaminato compito educativo del coro, nella stessa guisa che l’impeto sovrano del suo concetto di «natura» può integrare (ma anche travolgere) l’altro suo concetto di «ragione», perchè la musica s’intesse di una sostanza «in sè preziosa», la sua luce è un fulgore d’innumerevoli scintille, vivide tutte. La poesia, organo melodrammatico necessario alla ragione (immaginazione), decade dall’altissimo seggio assegnatole nella tragedia greca, perchè «non ha la forza d’esprimere il vago e l'infinito del sentimento, se non applicandosi a degli oggetti, e perciò producendo un’impressione sempre secondaria e meno immediata, e perchè la parola, come i segni e le immagini della pittura e scultura, ha una significazione determinata e finita. L’architettura per questo lato si accosta un poco più alla musica, ma non può aver tanta subitaneità ed immediatezza». La ragione profonda del decadimento melodrammatico sta sopratutto nella «separazione della musica dalla poesia e della persona di musico da quella di poeta, attributi anticamente e secondo la primitiva natura di tali arti indivisi e indivisibili». Ma la melodia è per lui sovrana; il «canto fermo è come la prosa della musica: il figurato la poesia». Melodia è «l’armonia successiva dei tuoni, o vogliamo dire l’armonia nella successione dei tuoni». Ma anche questa si valorizza attraverso un elemento principe: la voce umana. «La più grande scienza musicale è inutile per dilettare col canto senza una buona voce. Questa può supplire al difetto o scarsezza di quella, ma non già viceversa». Tuttavia il «diletto del suono non è nè grande nè durevole se non è applicato all’armonia (melodia)». Nuova è la sua teoria delle «assuefazioni», per la quale è facile portare un popolo al senso del bello artistico sviluppando gradatamente il suo gusto tradizionale, mentre è difficile fargli comprendere e gustare «armonie» fondate su elementi razziali non assimilabili. Egli distingue gli intendenti dai non intendenti, e riconosce ai primi una facoltà di assimilazione che manca ai secondi (popolo), ma che però, non potendo dirsi conforme all’impetuosità della natura, stacca l’individuo dal fondo razziale per portarlo all’universale (internazionalismo). Queste «assuefazioni» sono. dunque «la prima fonte e ragione della convenienza scambievole dei tuoni, la seconda natura», la quale è bensì suscettibile di ampliazione, modificazione ecc., ma sempre entro il limite del suo «mirare, come fondamento e ragione» dell’arte musicale. L’idea «del contrario del brutto, cioè del bello e della convenienza musicale, dipende ed è determinata dall’assuefazione, tanto che se questa è non solo non naturale, ma contraria alla natura, anche quel bello e quella convenienza, cioè l’idea che noi n’abbiamo, è non solo oltre natura, ma contro natura». L’esperienza musicale del Leopardi comprendeva soltanto la polifonia contrappuntistica e il melodramma di tipo rossiniano degli anni 1816 al 1823, dove l’armonia e il colorito orchestrale si riducevano al cosidetto «accompagnamento». C’era però l’intuizione d’un prossimo passo in avanti, perchè in una nota marginale egli osservava: «La musica non ha un’arte che risponda a quel ch’è la poetica alla poesia, la rettorica all'oratoria. Ben potrebbe averla, ma niuno ancora ha pensato a ridurre a principi e regole le cagioni degli