GABRIELE D’ANNUNZIO E GLI IRREDENTI 333 sponda» i rappresentanti delle due città sorelle a salutare con reverente amore il poeta che alla fortuna del nostro mare aveva cantato il più alto vaticinio. «Nè sembri orgoglioso» — continuò il presidente della «Lega Navale» — «se ognuno di noi si sente messaggero di innumerevoli cuori. Tu sai quanto qui valga l’animo di uno solo: di quel candido e puro Attilio Hortis, che è l’araldo più degno di un milione di cuori, fedeli ad ogni costo, sorretti dal grande ingegno e dall’opera indefessa dell’uomo che ti sta di fronte: Riccardo Pitteri. E tutti, assenti e presenti , ti ringraziano, poeta, per il tuo nuovo canto insigne: quella tua preghiera, che auguriamo ripetuta dai nostri figli». A nome di Trieste, parlò, con misurata eloquenza, l’Hortis, inneggiando a Venezia «conscia della grandezza avita e anelante a grandezza nuova», per far suo l’augurio che la Nave salpasse «per la fortuna d’Italia a nuovi trionfi e a nuovi onori». Il discorso di Gabriele d’Annunzio ci è stato fortunatamente conservato nella sua integrità: è una pagina di superba eloquenza e di fervida testimonianza della dedizione del poeta alla causa dell’irredentismo: Ecco che nel fervore creato dalla vostra parola, Piero Foscari e Attilio Hortis, l’uno in azione, l’altro in meditazione infaticabili, l’uno e l’altro vigilanti di qua e di là dal mare, ecco che per un momento le acque contese son ridivenute il libero Golfo di Venezia, il veneto Adriatico disposato; e sembra che tutte le vele vi si gonfino al soffio delle memorie come nel bassorilievo che sta sotto al mausoleo del Foscarini. Spiriti generosi, che serbate e alimentate su l’altra sponda il nascosto fuoco romano; per la vostra presenza ci appare congiunta m subito atto di vita l’imagine che sta nel passato con quella che ondeggia nel futuro. E ritorna alla nostra ansia dei secoli il giuramento fatto in Cherso, dai popoli sparsi tra il Quarnaro e le Bocche di Catturo, nelle mani liberatrici del secondo Pietro Orseolo. E rivive in noi la figura d’uno tra i più robusti eredi della vera tradizione marittima greco-latina, la figura di Gerolamo Cornaro, che meritava per certo d’essere soprannominato il Dalmato, come il Moro si ni fu gridato Peloponnesiaco, quando piantò le insegne in Dalmazia. E di baleno si riaccende in noi la visione del tempo in CUI 1° vittoria navale pareva occupasse tutto il nostro Oriente toccando con la duplice ala il duplice lido. Guardate per gli occhi dell’anima nella notte d’aprile la terra ln forma di cuor palpitante, sospesa nel mare, che la città orfana addenta coi suoi moli!