82 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO cito», in tal caso — il Fabbrovich non lo dice esplicitamente, ma ben si capisce che lo pensa — mancherebbe quell’assoluto in funzione del quale si deve costruire ogni morale veramente degna di tal nome; per machiavellismo si deve intendere invece «l’affermazione assoluta dell’autonomia dello Stato, la proclamazione della santità e bellezza di un’azione volta a fini nobili, l’esaltazione della Patria e dell’amore in lei in epoche barbariche», per machiavellismo insomma si deve intendere «genialità e patriottismo integrale». Dice ancora il Fabbrovich, alla fine del «Principe», in una «nota estetica finale» che «il Fascismo da lui (Machiavelli) ha tratto un savio e sereno ammaestramento, tale che per quello forse oggi l’Italia è Imperiale», e tale insegnamento è il seguente: «tutti i profeti armati vinsono e li disarmati rumarono». Giuliano Gaeta GIOVANNI FATTOVICH - Pensieri linguistici e letterari - Casa Ed. Aitale - Zara, 1938-XVI. Non è un lavoro organico questo che il Fattovich ci presenta, è piuttosto un insieme di pensieri con cui il nostro autore - com’egli stesso ci dice nella prefazione - vuole illustrare il valore filologico delle lingue parlate e di quelle morte, da un punto di vista che, per certi rapporti, può dirsi filosofico. S’intrattiene più spesso sulle lingue asiatiche e su quelle americane poco note; lo scopo è sempre di correggere certi errori grossolani che comunemente si hanno in materia filologica. Abbozzati in vari tempi, questi pensieri risentono veramente di questa loro diversa anzianità, così come sono ora, raccolti in volume. E se il Fattovich stesso non ci avvertisse in proposito, potrebbe essere ragione di appunto l’osservare in essi quella mancanza di omogeneità di pensiero che, poco o molto, è inevitabile in pensieri stesi a grandi distanze di tempo. Del pari gli si potrebbero rimproverare le soverchie ripetizioni di certi concetti; ma per questo forse l’appunto non è fuor di luogo, tanto più che, per ovviare all’inconveniente, sarebbe stato sufficiente l’eliminare alcune cartelle. Il libro del Fattovich è diviso in due grandi capitoli, uno del volume di circa centosettanta pagine sui «Pensieri linguistici», l’altro, più smilzo, sui «Pensieri letterari». Molto più importante il primo, che si addentra in nozioni e problemi meno fami-gliari ai più. E’ pervaso da un nobile sentimento di patria: il Fattovich condanna gli sprezzatori ed i negligenti dello studio della lingua materna, gli innamorati delle lingue straniere, i falsi apostoli che vanno studiando una lingua o l’altra senza conoscere sufficientemente la propria o, peggio, impongono tale studio a bambini di tenera età. Condanna chi studia una lingua superficialmente e più di una volta ripete che lo studio di una lingua sola dovrebbe occupare la vita d’un uomo. In contrapposto a ciò, parla con disinvoltura di molte lingue note ed ignote, ed invero dimostra di essere un uomo di cognizioni linguistiche ecceziona- li. Sarebbe facile dir di lui, in certo qual modo, come di padre Zappata; però non vogliamo soffermarci su tali debolezze — chiamiamo così tali contraddizioni — anche se son meno compatibili in un uomo di pensiero di quello che non lo sieno in altri. Del resto non bisogna dimenticare che lo studio del Fattovich è condotto con serietà: uno studio filologico che giustamente ha per presupposti studi geografici ed etnografici, e