LA FONTANA DEL MAZZOLENI DI PIAZZA UNITA’ 147 to, il cui atto di nascita risale intorno a quel 1751, che la vide sorgere. Il celebre Ministro delle Finanze e del Commercio dell’Impe-ratrice Maria Teresa, conte Rodolfo Chotek de Chotkowa e Wognin, nominato nella lapide, fu un altro grande benemerito dell’ascesa di Trieste. Capo delle commissioni che dal 1749 al 1753 percorsero il Litorale per raccogliere dati e osservazioni, fu uno dei più convinti assertori che la nostra città poteva divenire un importantissimo porto europeo e rappresentava per l’impero un’utilità e ricchezza incommensurabili. Furono i suoi innumerevoli rapporti e i suoi consigli che persuasero definitivamente la Sovrana ad elargire, in antitesi più tardi anche del suo primogenito e coreggente Giuseppe II, le molte patenti per realizzare i benefici, che invano s’era atteso derivassero dalla proclamazione del porto franco (1719) e dagli altri provvedimenti, dovuti al suo genitore, l’imperatore Car- lo VI e al grande consigliere di questi, il Principe Eugenio di Savoia (12). Altri elementi ben più importanti militano ancora in favore della conservazione della fontana di Piazza Unità. Le figure dei continenti tenevano accovacciato dietro ai loro piedi un animale; l’Europa aveva il cavallo; l’Asia il cammello; l’Africa il leone e l’America il coccodrillo con un torso d’uomo semidivorato. Ora, essendo io stato l’unico presente, in tutte le ore che le mie occupazioni mi permettevano, ai lavori di demolizione, potei osservare come queste figure erano semplicemente combaciate alle statue e congiunte ad esse mediante un lungo pex-no. La pietra, corrosa dai secoli, era differente e denotava subito una origine diversa. L’ipotesi avanzata dell’amico Sofianopulo nel 1927 (13) e che era stata fatta sua dall’Alisi nel 1934 (14), mi si rivelò, in un attento esame, una indubbia realtà. Il cavallo, il cammello e il leone erano delle ottime sculture del secolo XIII, le uniche quasi, di carattere profano, che possediamo di quell’epoca a Trieste. Nella loro ingenuità conservavano quello stile primitivo, «che tanto piace a chi aborrisce dalla retorica monumentalità che conosce soltanto le norme dell’anatomia, nè sa corrispondere affatto al nativo sentimento umano» (15). Il leone soprattutto era di pregevolissima fattura; arieggiava in pieno i due magnifici, in marmo rosso, sul cui dorso s’alzano le colonne del protiro della chiesa di S. Zeno di Verona (1139) e s’avvicinava pure stilisticamente a quelli della sedia episcopale della Cattedrale di Parma. Era un mirabile leone di pretto stile lombardo, come ve ne sono molti nelle chiese romaniche della valle padana, come elemento decorativo