352 GIORGIO PITACCO inatteso portò nuova fiamma alle nostre, pur mai affievolite speranze. La visita dei Sovrani a Udine nei giorni 27 e 28 agosto 1903. Udine era stata sempre la città più vicina al nostro cuore ed alla nostra opera, era là che si organizzavano spesse e significative dimostrazioni, si stampavano e contrabbandavano i giornali e gli opuscoli proibiti, là che vivevano profughi ragguardevoli, emigrati nostri. Già nel novembre 1866 alla venuta del Re Galantuomo nella città appena liberata una quantità di irredenti era convenuta a Udine e seguendo il vessillo abbrunato di Trieste portato da Antonio Toppan triestino garibaldino aveva acclamato con affermazione non dubbia il Padre della Patria. Ma in proporzioni molto maggiori 37 anni di poi alla visita di Vittorio Emanuele si era rinnovata magnifica indimenticabile la dimostrazione nostra. L’«Indipendente», il giornale dai mille sequestri, annunciando la visita Sovrana e rilevando, come il Re fosse la più Alta incarnazione della nostra unità etnica, aveva prevista una larga partecipazione di irredenti alla patriottica cerimonia. Ed i triestini vi erano accorsi in parecchie migliaia. I cortei dietro le bandiere abbrunate si erano ripetuti come nel 1866 sotto la guida dei nostri Giusto Muratti il reduce di Villa Glori e di Romeo Rattistig il volontario cospiratore, acclamando ai Sovrani fra l’entusiastico grido invocatore: Maestà arrivederci a Trieste. Mai potrò scordare la commozione che mi diede quella giornata di insperata fede. C’erano fra i tanti Carlo Banelli, Ernesto Spadoni, Renato Illesi, e molti molti altri, tutti i migliori nostri. Il Re salutò le bandiere di Trieste e come potei comprendere all’udienza sovrana accordata a Cesare Battisti, ad Attilio Hortis ed a me, il 23 maggio 1915, Sua Maestà che si apprestava a redimerci, non aveva dimenticato quelle espressive dimostrazioni nostre. La manifestazione così palpitante di italianità era stata preceduta e seguita da altri segni rivelatori di più audaci spiriti. Alla elezione di Scipione de Sandrinelli a podestà di Trieste era echeggiato nella piazza ora «Unità» il grido di «Viva l’Italia», mentre un giovane, Bruno Ferluga, esemplare per sentimento e coraggio, poi volontario di guerra, da poco scomparso, alla memoria del quale mi inchino reverente, sventolava una bandiera tricolore, fra gli applausi dei cittadini e lo sbalordimento dei poliziotti.