292 FEDERICO PAGNACCO so assetato. Ora ne conosciamo un’altra assai peggiore. E’ possibile, Istriani, che la nostra vittoria — la vittoria di Guido Corsi e di Fabio Nordio — sia divenuta una femmina da conio contrattata da un mezzano che mal conosce anche il suo mestiere? Così è. Ma, se ieri abbiamo seppellito due morti, è tempo di mettersi a disotterrare quei cinquecentomila che agli alunni delle nostre scuole sembrano più remoti dei trecento di Leonida. Compagni, quante volte c’è sembrato che fossero riuccisi, durante l’armistizio? Bisogna che sieno uccisi anche una volta, nel giorno della non candida pace. Tutti su le Alpi Giulie. E noi con loro”. O gente mal redenta, fra il Timavo e il Carnaro, non ho ritegno a propagare per tutta la Venezia Giulia l’allarme che sorse dalla nostra radunata tumultuosa. Se i governatori austriaci, se< i commissari italiani non v’hanno fatta un’anima servile irrimediabilmente, fratelli, bisogna che vi rivoltiate contro l’ignominia, bisogna che vi prepariate a ricombattere. Sapete di che si tratta. E non è il caso di mostrarvi sopra una carta il confine detto „linea di Cagoia” nella storia della strategia moderna. Sapete, che con quel confine, il cittadino di Trieste libera, salendo su una delle colline che incoronano San Giusto, potrebbe domani scorgere a occhio nudo sopra la Porta d’Italia la bandiera di quel nemico che non cessa e non cesserà mai di agognare il grande porto incurvato verso il mare dogale. Sapete come quel confine lascerebbe l’Italia aperta a tutte le insinuazioni e a tutte le violenze e che tutta la Venezia Giulia sarebbe ridotta, con Fiume, „una boccheggiante agonia italiana dentro un cerchio spietato”. Per ciò oggi VAlabarda gigliata è un segno di rivolta e di riscossa. Per ciò oggi tutti i volontari pronti in Fiume pongono VAlabarda su l’asta dei loro gagliardetti. La Causa è una. E so che i volontari della Venezia Giulia si moltiplicheranno; so che domani saranno innumerevoli. E terranno la terra finché avranno fiato in bocca, sangue nel polso. Parlo ai fedeli io fedele. La vostra fede è la mia fede, Giuliani, dalla nascita. Io di voi mi credo conterraneo e consanguineo. Io mi credo come voi generato e nutrito dalla vostra gleba romana. Da quanti anni sono io con voi e per voi? Non me ne ricordo. Da quando mia madre mi portava, e aveva nel dito un anello d’oro triestino, un cerchietto di fede triestina. Gente mal redenta fra il Timavo e il Carnaro, uno del vostro sangue è il vostro esempio: uno dei miei. Per cinque mesi non ha