L’ITALIANITÀ DEL TRENTINO IN UNO SCRITTO DI NICOLÒ TOMMASEO I preliminari di pace di Villafranca, che arrestavano all’improvviso la campagna vittoriosa del ’59, dovevano destare penosa impressione in tutta l’Italia ed un senso di doloroso sgomento fra gli abitanti delle Venezie, i quali si vedevano d’un tratto sacrificati ed abbandonati al giuoco diplomatico di due sovrani. In quei giorni l’effervescenza nella Venezia, come a Trieste, nel Trentino come nel Friuli orientale e nell’Istria, era grande: si parlava liberamente ovunque contro il governo austriaco, benedicendo a Vittorio Emanuele, a Garibaldi ed al pensiero santissimo della sottoscrizione al milione di fucili, mentre si ponevano sotto sequestro i beni degli emigrati dell’Istria e del Trentino ove, come nel Veneto, compivasi in pieno stato d’assedio un grandioso plebiscito per l’annessione. Così, sullo scorcio del ’59, in attesa di un congresso europeo che avrebbe dovuto regolare in maniera stabile le cose d’Italia, dando corpo se non all’unità — osteggiata da Napoleone — almeno a quella confederazione italiana prevista durante le trattative di pace concluse a Zurigo (11 novembre), — gli esponenti più rappresentativi di quella vasta regione irredenta, nulla lasciavano intentato onde predisporre l’opinione pubblica italiana ed europea a favore delie aspirazioni comuni. . Gli emigrati, il fiore del patriottismo, della nobiltà, della coltura, i proscritti del ’48, i volontari del ’59, gli ardenti ed irrequieti sognatori di libertà, gli animosi agitatori di idee e di rivoluzioni, da Venezia, dall’Istria, da Trieste, dalla Dalmazia, dal Trentino, si mettevano alla testa di quella nobile crociata a Torino, a Firenze, a Milano, a Parigi. Spettava infatti alla diplomazia di decidere della sorte di tutte le Venezie e quindi anche di quella trentina, la cui posizione — per il legame che la univa alla Confederazione germanica — era peggiore delle altre consorelle, dovendo far precedere all’auspicata annessione la sua unione al Veneto.