GIUSEPPE STEFANI carnazione di una necessità storica che vent’anni prima Alfredo Oriani aveva chiarissimamente intuita e scultoreamente espressa: «essere l’avvenire dell’Italia tutto in una guerra, che rendendole i confini naturali, cementi all’interno, colla tragedia di pericoli mortali, l’unità del sentimento nazionale». E’ chiaro dunque il motivo per il quale la ripresa irredentistica (se così mi è lecito chiamarla) del d’Annunzio coincida col ritorno del poeta ai temi politici, liricamente concepiti ed espressi nel gruppo di canzoni che andarono poi a costituire il secondo libro delle Laudi. Siamo all’alba del nuovo secolo. La tragedia di Monza segna il punto di caduta più basso della vita italiana, dal quale essa inizia il cammino verso le vette ancora nebulose dell’avvenire. Di quest’ascesa, di questo duro, ma smagliante destino nessuno più di Gabriele d’Annunzio - vate nel senso pieno della parola - ebbe percezione e certezza. Alla tragedia di Monza si ricollega, infatti, una delle sue più caratteristiche odi, quella Al Re Giovine, contro la quale una critica, ferma nei suoi paradigmi, inutilmente si è sollevata, se la storia può oggi riconoscere in questi versi il segno d’un pensiero infallibilmente presago. E alla tragedia di Monza si ricongiunge, sia pure in modo occasionale, i’Ode alla memoria di Narciso e Pilade Bronzetti, l’ode con la quale l’irredentismo entra definitivamente nella letteratura nazionale. Chi sieno i fratelli Bronzetti credo che poche persone colte oggi ignorino. Combattente nella prima guerra d’indipendenza a Castellare, a Governolo, a Mantova, a La Cava, a Velletri, a San Pancrazio, Narciso Bronzetti, nato a Cavalese di Trento nel 1821, impugnò di nuovo le armi nel 1859 col grado di capitano nei Cacciatori delle Alpi. Si battè da prode a Varese, a S. Fermo, a Serrate, finché il 15 giugno, nel combattimento di Treponti, mentre guidava la sua compagnia all'assalto del Boccolo di San Giovanni, fu mortalmente ferito. Spirò a Brescia, ove venne sepolto nella tomba edificata sin dal 1848 per i morii dell’indipendenza. Compagno d’armi al fratello nella campagna lombarda del ’48 e in quella del ’59 e come lui valorosissimo, Pilade Bronzetti si unì nel 1860 alla spedizione Cosenz, dacché gli era fallito il tentativo di partire coi Mille. Combattè il 20 maggio a Milazzo e, sebbene febbricitante, volle passare lo Stretto. Giunto a Napoli, ebbe il comando del I battaglione bersaglieri garibaldini e fu mandato verso Caserta e Capua. Il 1" ottobre a Castel Morone, attaccato da forze borboniche soverchianti, fece lunga ed impavida resistenza. Mentre incitava ancora una volta