verso il mare ; ma chi studia il valore intellettuale, morale, sociale nei numeri vedrà elevata al più alto coefficiente la percentuale che sembra inferiore della popolazione italiana, e alzerà un grido di dolore al vedere gettato a mare il fiore dell’italianità. Stendiamo le braccia ai fratelli dalmati, al manipolo della vecchia guardia dimenticato. Nè barbarie, nè tirannide poterono infrangere la fede di quei pochi, più grandi e più sacri per noi perchè pochi, incrollati dopo resistenze secolari, e pure quasi orfani in abbandono, straziati più per il silenzio dei fratelli che per il martirio. Per quei derelitti, batta più forte il cuore della patria : sono essi che hanno spiegato al sole, al mare, alle tempeste, a Dio vindice, col trofeo dell’arte, l’orifiamma d’Italia e della civiltà. Altri già vi segnalò il trofeo con le architetture superbe ; io vi additerò solo negli artisti principali di Dalmazia la fratellanza d’arte. Ecco Radovan, a Tragurio o Traù, scolpire, quando ancora la città soggiaceva agli Ungheresi, la porta del duomo, esprimendo l’ultima forma dell’arte romanica italiana, quale aveva avuto svolgimento con l’Antelami a Parma, a Borgo San Donnino, a Vercelli, a Milano, a Venezia, a Forlì. .Sui pilastri, rappresentazioni dei pianeti, dei mesi, delle fatiche umane secondo le stagioni, del tempo che Dio signoreggia, dei bestiari a segno della lotta tra le virtù e i vizi, dei fasti dell’ Evangelo, degli Apostoli assistenti del Redentore, dei Santi pa troni intermediari tra Dio e l’Umanità; dai lati i leoni della Chiesa vincitrice delle potenze infernali; su di essi Adamo ed Èva, causa prima della redenzione umana; sotto ai pilastri gli Orientali a mo’ di cariatidi, oppressi dai marmi scolpiti con le figure sacre. Radovan è in ritardo, è confuso, ma sente tutta la forza irrompente dell’arte romanica, la suggella anzi con ultimo impeto su dai cespi d’acanto, nei girari della vite che s’aggroviglia tra i mostri. Lo scultore, ultimo rappresentante delle forme romaniche, ne sente l’assiepamento, l’addensamento, il pieno, e vuol chiarirle, stilizzando forme, battendo fogliami, geometrizzando spazi. Non è un semplice divulgatore delle forme romaniche italiane, ma un maestro che ha nel segno antico, nella scalpellatura antica, il senso del nuovo che sopravviene, che incalza. 11 gotico arriva a modificare l’arte romanica uscita dal gran tronco 21