— 160 — sangue è pure certo; ora ditemi voi con chi io abbia a fare se con chi ha tirato e ferito, se con chi ha preso la sposa, se con tutti e due, ma non lasciatemi sospeso rendendomi cosi la favola del volgo; aggiustiamo la cosa e non siate causa che da una ferita causale nasca una catena di sangui. Ciò non ostante passarono parecchi anni senza che si venisse a decidere a chi apparteneva pagare quella ferita; e ciò tornava in disonore del povero Gini che presso il mondo compariva uomo vile e da non aver timore, e si cominciava a burlarlo e parlare sul conto suo, ed egli suo malgrado si vedeva costretto a una vendetta, la quale certamente avrebbe avuto per lui conseguenze funeste, perchè nessuno dei due ai quali dovea appartenere quel sangue, voleva riconoscere d’essere debitore, e quindi su qualunque delle due parti avesse tirato Gini, essa si sarebbe chiamata offesa e avrebbe ripetuto il sangue. Ora Gini avrebbe voluto confessarsi, ma vedeva bene che non potea farlo senza prima intendersi col confessore intorno a questo imbroglio del sangue. Gli domandai se egli in quei santi giorni si sentiva di perdonare quella ferita. Sì, mi rispose, io la perdonerei e di cuore, anzi senza esigere nulla in compenso, perchè so che fu involontaria, ma bisognerebbe che i rei confessassero d’avermi quel debito e mi chiedessero che lo perdonassi. Se essi non fanno questo passo che salva il mio onore, mi è impossibile perdonare, perchè sarei fatto la favola del paese. Io non posso dire che perdono se il mio offensore non mi chiede questo perdono, anzi non se ne cura e lo disprezza. Gli suggerii di far intendere indirettamente che egli aggiusterebbe quelTafTare quando i due che contendevano per non avere quel sangue, ne lo pregassero. Padre, mi rispose, fu loro detto e furono esortati a non lasciar me nè restar essi in questo stato, ma il Signore li ha acciecati e hantio risposto che non si curano di me, forse perchè sanno che sono alieno dallo spargere sangue e far contese, e così mi obbligano a una vendetta che certo non vorrei fare. Gli dissi che pazientasse qualche giorno, venisse sempre alle funzioni della Missione ed io stesso avrei fatto parlare ai suoi debitori. E lo feci, ma non avea ancora avuto risposta, quando dopo la predica del perdono si venne a tentare la pacificazione dei sangui. Avea già intenzione di cominciare con Gini che sapeva essere il meglio disposto, e quindi appena Nkol Geta mi disse di chiamare Gini, io alzai la voce e dissi: Gini, dove sei? Ed egli che stava in una stanza vicina guardando per la porta la funzione, subito si mosse e facendogli largo la folla, si avvicinò alquanto e stava aspettando che cosa sarei