— 251 — tagne anche i cristiani: Delija e Abilija. Non ci volle altro per metterli in orrore, così che anche gli uomini già attempati, che era impossibile potessero portar altri nomi, erano in grandi angustie perchè pensavano che a chiamarli coi loro vecchi nomi fosse per essi un sempre nuovo peccato. Cinque giorni si fermarono a Prèkali e a stento poteron vincere le istanze di quella buona gente che avrebbe voluto intrattenerli più a lungo. Ma restava molto lavoro a fare, e dovettero partire alla volta di Kiri il 2 marzo dopo aver consacrato quei buoni montanari alla S. Famiglia com'era desiderio di S. S. Leone XIII. Da Prèkali a Kiri ci volevano 5 ore di cammino per una strada così pessima, osserva il P. Pasi, che pare non possa essere peggiore, passando fra le rocce e gli scaglioni del monte che discende sul torrente omonimo. Giunti a un punto di dove si vedevano le contrade principali della parrocchia, si ricorse al telefono nazionale per far intendere che arrivava il P. Deda. Uno che portava la roba e aveva polmoni più forti mandò primo la voce di là del fiume. La distanza era grande, il vento contrario: non fu sentito. Allora si unirono in tre, e con quanto fiato avevano nei polmini, intonarono un lungo: a O... » di due battute intere a tempo lento seguito dal nome del chiamato, chiaro e distinto: « Nik-Mi-tudli ! ». Non bastò. Allora di nuvo: a Nik-\li-hi-lli ! » con l’aggiunta formidabile di un lungo urlo: « l/... À... » che va lontanissimo. Si vide subito uscir gente dalle case della contrada a cui era stato mandato quel grido, e si sentì venir la risposta di prammatica: « O... Ku-jee-mo-rè? »