— 393 — evidentemente della Missione, ma della mancanza di organizzazione religiosa per cui codesti problemi si dovrebbero studiare e praticamente risolvere influendo sulle coscienze e sulla legislazione che si dovrebbe piegare a migliori consigli. Tutti gli sforzi del Cattolicismo dovrebbero poi essere diretti a elevare anche economicamente il popolo, e a ogni modo, le coscienze dovrebbero metodicamente, ininterrottamente essere illuminate, assistite, confortate col buon esempio, in modo da non indursi mai a calpestare una delle leggi del Cristianesimo più sante e di maggior portata per la vita morale e sociale dei fedeli, e per l’integrità della stessa razza che dipende dalla integrità o saldezza morale della famiglia. VII Lettera di un Sacerdote dell’Archidiocesi di Scopia sui fatti di Prizrend. Molto R. e Cariss. P. Pasi. Sebbene abbia fatto il mio dovere col P. Rettore, esprimendo le mie cordiali condoglianze in occasione della santa morte dell’amato nostro P. Jungg: ciò non ostante le ripeto in particolare con V. R. avendo Ella perduto, in questa terra, un valevole commilitone, col quale Ella condivise per lunghi anni, le tribolazioni durante la Mis.ne Volante. Oh beato P. Jungg! che ora gode gli eterni frutti delle sue fatiche, ed è certo che non si dimenticherà di pregare per la povera Albania, e per la rovinata Arch. di Scopia e specialmente per i duri Presreniani. A suo tempo furonomi comùnli i sentimenti espressimi colla lettera diretta al mio collega D. N. Glasnovic; e la ringrazio vivamente. So bene che Ella è sempre in aspettazione ansiosa di mie lettere, e chi sa quante volte avrà detto ah quel poltrone di D. N. che non scrive mai! Sono poi persuasissimo che considerate le critiche vicende alle quali soggiacqui specialmente quest’anno, il fraterno e benevolo Suo cuore avrà anche saputo compatire la mia negligenza. Come saprà, dovetti da Giacova recarmi immediatamente a Janievo, per fare il Mese Mariano, che mi costò fatica nel riprendere la lingua slava dopo 11 anni; quindi al principio di Giugno mi recai nella nuova e vecchia mia Parrocchia della Cara Mamma di Zernagora, di cui le gesta e grazie cominciai ad abbozzare, ma nel più bello che supponeva d’essere separato, in certa guisa, dal consorzio e fracasso