— 84 — Lasciarono Scutari l’il agosto e al Vermòsli si trovarono in tempo per aprire la missione il giorno dell’Assunta, dopo aver visitato, passando, il parroco alla chiesa di Selce. Per alloggio fu offerta loro la più bella abitazione del luogo, una capanna da pastori che non poteva esser altro. « Una moriccia in quadro, come la descrive il P. Chiocchini, ossia quattro muri a secco di pietra ammontate senza ordine fino all’altezza di circa due metri, coperta di poche assi mal connesse ». Tutto il resto era in conformità all’architettura generale; non finestre perchè l’aria e la luce venivano da ogni parte; non sedie, che non ve ne sono mai dove c’è l’uso di sedersi al modo orientale, alla turca, come si suol dire; non letti, che si capisce, fuor che uno strato di felci ammorbidite da foglie di faggio. Il cibo invece era ottimo; latte, cacio, patate, alle volte carne di pecora 0 di agnello. Fra i montanari che svernano al piano ce ne sono di assai ricchi, tanto più che allora non si pagavan tasse. La missione cominciò e finì molto bene là sotto i faggi giganteschi dove s’era eretto un altare, e si raccoglievano ogni giorno più di mille persone; se non che avvenne un fatto caratteristico in quelle montagne di confine, che minacciò di mandar tutto per aria. Era una delle solite tempeste che suol scatenare la potenza del male sopra le vie dei missionari. Sentiamo il racconto del fatto dal P. Chiocchini. « ...i vicini montenegrini di Vassovic, tutti scismatici, come si sa, armatisi di tutto punto e messisi in ordine di battaglia, vennero ad occupare quelle pasture di Selze che immediatamente confinano colle proprie. Al primo sentore che si ebbe delFinva-sione, e fu una sera poco prima del tramonto del sole, i nostri montanari si raccolsero anch’essi in un batter d’occhio, e coll’appoggio di un centinaio di soldati turchi, accorsi in fretta in loro aiuto da un fortino non molto distante, andarono incontro al nemico. Al vedere l’entusiasmo e lo slancio con cui salivano 1 nostri montagnuoli que’ greppi si sarebbe detto che andavano a una festa. Intanto noi ritiratici nel nostro tugurio, pregavamo trepidanti sulla sorte della nostra povera gente, la quale senza appiglio al mondo, anzi mentre beneficavano i loro nemici, perdonando loro alcune antiche e recenti uccisioni, venivano proditoriamente assaliti negli averi e nelle persone. Il rimbombo delle fucilate durò tutta la notte, e il dì appresso fin quasi verso sera,