— 315 — 46 trovai chi li avrebbe trasportati in questi tre giorni chi due, chi tre, chi uno. Collocai definitivamente i dibràn da Pren Kola vicino alla cella, che cede la zoba (1) solo per essi e si presta a far loro servitù, tranne nel far il pane, che lo farà una buona donna vicina per una piastra al giorno e 5 oke di kalamoc la settimana. Io resto da Zymèr Palusci che mi ha ceduto il secondo piano della Kula, che è una stanza quadrata il cui lato è m. 3.50 con una sola finestrella in un angolo larga un palmo e alta quasi uno e mezzo, senza vetri nè altro con che chiuderla, e sette piccole feritoie alte dieci centimetri e larghe tre, essendo fatta la kulla per abitarvi e difendersi quando si cade in sangue e si deve combattere col proprio nemico. Sicché la stanza nè ha luce, nè è riparata dall’aria. Leggere o scrivere in essa è impossibile; per qualunque altra cosa si voglia fare, bisogna accendere un po’ di pino se pure non avete con voi un cerino, una candela o altro. Anche per mangiare è un imbroglio perchè voi non avete nè una tavola, dove mettere un piatto, nè una sedia su cui sedervi, ma tutto dovete fare per terra, come pure per terra dovete mettere e lasciare quanto avete con voi, perchè altro luogo non c’è dove metter nulla, nè uno scafale, nè un armadio, nè un chiodo, nulla di nulla. Per dormire si patisce forse più dell’inverno, perchè oltre ai pidocchi avete anche le pulci che vi mangiano, e non avete nulla di secco o asciutto su cui dormire, ma dovete adoperare felci, o foglie colte allora, in modo che la mattina trovate le vesti umide e colorite di verde pel mosto che col peso del corpo fate uscire da quelle felci o foglie verdi. A questo si può rimediare qualora si stia per più giorni in un luogo, facendo cogliere e disseccare quel verdume, ma la prima sera che voi capitate in una casa non trovate roba secca se voleste pagarla un tesoro, perchè gli indigeni in estate non usano per sè che la nuda terra, coperta tutto al più da un pugno di felci o foglie verdi o che dopo qualche giorno diventano mezzo secche e mezzo marcite. La scala per ascendere a questo nobile appartamento è un semplice legno con un decimetro di diametro, sul quale sono fatte col falcetto varie tacche profonde non più che quattro centimetri le quali servono di gradini. La prima volta che uno vede questo genere di scale, crede impossibile l’usarle, nè può ascendere e discendere per esse se non a stento, aggrappandosi colle mani e sempre in pericolo di cadere; dopo qualche tempo ci si avvezza un poco, ma il pericolo d’una caduta c’è sempre specialmente per noi che ci imbrogliamo nelle vesti lunghe. Io m’era quasi avvezzato ad (1) = soba, stanza, saletta.