— 256 — kalnmoc o grano turco, che somministra loro il cibo di cui esclusivamente si nutrono. Di legumi non conoscono che i fagiuoli, e li seminano in piccola quantità tra il grano turco. La patata, il frumento, la segala, l’avena, che tanto bene verrebbero in •questi terreni leggeri, non si conoscono. Quasi tutti usano tenere un po’ d’orto, ma non vi seminano che qualche cavolo-fiore, ■qualche cetriuolo, che mettono nell’acqua salata e conservano per la quaresima o per la visita di qualche ospite; così fanno dei pomi d’oro che colgono piccoli e ancor verdi, perchè se arrivano a colorirsi, non sanno che farne e li gettano via. Anche la canape verrebbe assai bene, ma non si conosce affatto, e per vestirsi non si servono che di lana e delle pelli delle loro pecore. Essendo poi tutto il paese rovinato dalle frane e dai torrenti, vi si può contemplare una tal quantità e varietà di minerali che è una meraviglia. Ma queste frane e torrenti rendono poi difficili i viaggi, e spesso conviene aspettare che sgonfino i torrenti o si agghiacci la neve per non correr pericolo di perire sotto qualche valanga. Le strade sono in generale cattive; sono semplici sentieri fatti dal passaggio dei viaggiatori o degli animali senza che mano d’uomo vi abbia mai messo o tolto un sasso. In alcuni luoghi si può servirsi del mulo, in altri conviene andare a piedi; in qualche altro aiutarsi colle mani per non precipitare in qualche torrente o burrone, sopra il quale conviene passare. 11 più bel punto per contemplare queste montagne e farsene una idea, è un’altura che domina Ibalia, circondata da wn’infinità di colli vestiti dove di faggi, dove di quercie, di pini, d’abeti. Passando coll’occhio sopra tutti questi colli a voi sottoposti, voi potete spingere lo sguardo fin giù nella vallata dèi Drino, ed all’opposta sponda di questo fiume vedete levarsi le altissime montagne di Zukal (Cukali), di Scala (Shala), Scosci (Shoshi), Nikai, Merturi, Gasci, Krasnice, le cui cime sono al livello dell’altura su cui voi state. L’avere smarrita la via nella vasta selva tra Ibalia e Dardha fu cagione che mi trovassi per caso su quell’altura; ma dico il vero, fui ben contento dello sbaglio, giacché per esso ho potuto godere d’un panorama, che io non ho mai veduto un simile in vita mia. Più volte ho desiderato d’avere con me una macchina fotografica per prendere le stupende vedute di queste montagne, ma non l’ho desiderata mài tanto, quanto in questa occasione ». In questa pagina che è anche letterariamente una beila pagina, non è solo il missionario che parla, ma è l’uomo dalle larghe vedute che osserva il paese e ne intuisce i bisogni anche da