— 350 — natar » fu, che dopo la legge n’erano già usciti tre nuovi, e i « dorzan » o garanti dei vari villaggi temevano d’obbligarli a separar le donne e pagar la multa, perchè facilmente ne sarebbero seguite vendette. Vedendo il Kaimakan così ben disposto ad aiutare il Clero mi feci coraggio e gli toccai un punto delicato per lui turco, cioè quello del vendere i cristiani le ragazze ai turchi, mentre la nostra Religione non permette il matrimonio di un Cristiano se non con una cristiana. Egli rispose subito francamente che questa cosa si dovea impedire; se una ragazza volea farsi turca, si presentasse a lui e gli dichiarasse la sua volontà e nissuno l’avrebbe impedita; ma che il padre, il fratello o altri restando cristiani obblighino una ragazza a farsi turca mentre non vuole, è una cosa che non la tollera nè la legge di Dio, nè quella del Sultano. Allora io soggiunsi: ebbene come si fa in alcuni casi pratici che le ragazze furono promesse e se arrivato il tempo, non vanno, la famiglia della ragazza cade in sangue con chi l’avea (accaparrata come) fidanzata? Mi rispose decisamente: Non vadano, e pel sangue aggiusto la cosa io. Lo ringraziai di tutto; egli mi incaricò di ringraziare Mr. Vescovo e di assicurarlo del suo appoggio. Voleva tenermi a pranzo, ma non accettai perchè desiderava raggiungere i miei compagni a Cielza, e le strade erano abbastanza cattive per la neve e il ghiaccio. D. Michele di Kcira m’avea imprestato il suo mulo; arrivato a Cereti glielo mandai, e a piedi continuai fino a Cielza ». Il giorno seguente di nuovo in via per Iballja. Dal Sapàc, in poi si videro anche questa volta venire incontro i ragazzi che s’andavano moltiplicando a mano a mano che i missionari si avvicinavano al bellissimo altipiano: gl’innocenti fanno festa al missionario come facevano festa a Gesù Cristo, il missionario eterno. Il 20, festa di S. Sebastiano, protettore del fis di Thagi, a-vrebbe voluto celebrare la festa con solennità, ma ci vennero scilo quei di Koprati che non fanno la festa; gli altri, che in tal giorno ricevono gli amici, erano rimasti nelle loro case a mangiare e a bere. Il 25 dovette fare uno strapazzo di prim’ordine recandosi al Sapàc per una vecchia malata, e al ritorno dovette salire i monti a nord di Iballja e discendere verso la profonda valle del Drino, a Bugjoni, per un moribondo. La famiglia era molto povera, tanto da non sapere se dovessero fare il pranzo mortuario.