Gap. VI — Lo “ Sknnderbeg „ 123 dotta attraverso le Ala del suo amore con tanta perizia ed esperienza, sopratutto dove ella palesa ad Ippolito i suoi patimenti, Shakespeare a me pare che rifugga dalle analisi psicologiche descrittive; egli rivela la donna e l’uomo amante da un atto, da un gesto, da una parola, da una storia, da un contrasto. L’amore nel poeta albanese rispecchia una delle tante sue facce, mostra una delle tante sue forme, più veraci e ordinarie, la consumazione tacita e segreta dell’anima, di un’anima eletta, di un’anima nobile, che, come dice il Byron ; Arde simile a sepolcral facella, Lenta, non vista e d’immortai virtù (1). (1) Riferisco qui la canzone, dove il Giacoviòta rimpiange i suoi perduti -amori con la duchessa di Dagno: « Avevo creduto di non girmene mai là, dove io più non ti vedrei. Quando fosco venne questo inverno, io pensai che, come noi eravamo stati vioini sì lunga stagione, io sarei stato, anche quest’anno, a te d’appresso, senza lacrime, o fanciulla. « E più non bramavo. Ma ora, via via che tramontano i giorni e poi passano dalla vita mia quelli che imbiancansi appresso, pare che più, indurata come è, non le rechino offesa. « Ma essa aspetta soltanto che te riveda, te, che mi doni il tempo e il riposo antico, come il sole, che suol quetare, solo col baciarle, le onde. « Ogni volta che spunta il giorno mi sento pervaso da gioia, perchè tu sei in terra. E quando viene la notte io le dico : —Sii felice, dacché ella, la mia fanciulla, ti riposa nel seno. « Ma, se come la luna, che, bianca, sul monte calò al pastore (Endi-mioneì), tu, in segreto, mi domandassi una volta: — Chi fu la madre di quest’amore? — « Madre, io risponderei, non gli fu alcuna speranza, ma quel tuo labbro, a cui un angelo die’ la favella, e quella tua beltà, che rifulge e in se cresce, •dal liquefarsi dell’anima mia; « E quelle tue dita, con cui levi armonie, che dal cembalo par che rgiungan le nubi; tanto ch’io dico: — Costei non nacque tra noi ed a me non resta che saziare nella sua persona gli occhi miei. — « Perciò dal mio primo incontro con te mi parve che tu, così bella e divina, lasceresti l’amor mio senza refrigerio e che mai gli apriresti le porte. « Ed oggi io parto, e dal tuo seno tutto vorrei ripigliare, se di me pur ti è ximasa alcuna cosa ; così che in casa vostra tutti torniate di nuovo sereni. « E me perdonate : perchè anche tu mi hai rapito gli affetti, che io mi -avea innanzi di conoscerti, e questo mondo più non ritrovo dove tu più non sei >. (Skanderbeg, III, il, p. 49 e segg.).