92 L’Albania e l'opera di G. De Rada senza nervi e muscoli. Egli non ebbe la visione chiara delle vicende del popolo che canta, nè le indagò, nè trasse da esse un piedistallo solido, su cui fermare l’effigie della patria. Il poeta si preoccupò de’ fenomeni della vita, ma dimenticò che solo 1’ epica, la quale è narrazione e pittura di chiare gesta, zampilla dall’anima del popolo e ha potere su di esso e che solo essa eserciterebbe, ne’ presenti momenti politici, una qualche azione negli animi degli Albanesi. Queste poesie vorrei chiamarle figurative; scene varie e, qua e là, belle, vive, ricche di sentimento, memoranti la patria, disegnanti nobili figure vi colpiscono di ammirazione. Ma quando non s’ode il fragor delle armi e non si vede il balenar delle spade o non si narra una azione continuativa, che interessi il popolo alle sue glorie; quando i canti non diventan fremiti, essi non hanno che un effetto assai mediocre sull’anima della nazione. Il sentimento religioso, che fu sempre il pensiere dominante del poeta, ha nociuto alla composizione e all’ effetto de’ poemi. Si sa che questo sentimento è pars magna nell’epica, ma si sa che non deve essere eccessivo e che non si deve confondere con le manifestazioni esteriori del culto. Anche Omero canta i sacrifizii, le preghiere a’ numi e narra le loro vendette e gli effetti terribili della loro potenza; ma non vi ricorre che per crescere l’effetto delle sue concezioni. In questi poemi, per contrario, la foga dell’ ispirazione è costantemente repressa e smorzata, quasi con violenza, da questo sentimento, che sempre, ovunque, insistentemente, sgarbatamente, appare, riappare e torna ad apparire, penetrando per tutti i meati, insinuandosi per tutti i meandri, elastico, invisibile, invadente. Il poeta dichiara di non aver pensato ad un poema con unità di azione ed armonia di linee. Ma questa dichiarazione non giustifica nulla. Sarebbe come chi, dopo aver scritto un cattivo libro, si rivolgesse al pubblico e