120 III - Nell’Albania Centrale dava ripetendo per Vallona che io seguitava a prendere a pretesto la scienza per compiere ad altro scopo le mie escursioni, e questa bassa calunnia mise tali robuste radici che anche negli anni futuri mi fu di gravissimo danno. Il 22 giugno passò in visite agli amici; il 23 la nostalgia che procurano l’inerzia e i tristi presentimenti mi cacciò sotto il sole all^ campagna verso il mare, e la sera ripresi la gita della polverosa strada dello scalo. Il 24 mi ripresentai in visita al cajtnacam, Mustafà-bei, nativo della Georgia, il quale si degnò permettere che, in attesa, avrei potuto arrivare fino a Pliocia partendo l’indomani. Ma non era ancor sera che un gendarme correva ad avvertirmi da parte dello stesso governatore che il permesso, da lui poche ore prima accordato, veniva ritirato fino a nuovo ordine, e il nuovo ordine voleva dire di aspettare la risposta che non si sarebbe degnato di trasmettere il governatore generale col mezzo del mutesarij di Berat: in Turchia non è possibile di derogare dalla cosiddetta « via gerarchica ». Il nuovo contr’ordine non si poteva digerire che facendo cogli amici la solita ed oramai monotona passeggiata fino allo scalo. Il crepuscolo di quella sera esercitò la più malinconica influenza sull’animo mio di fronte al quadro sempre vivo, sempre bello e nuovo che offre la rada di Vallona: la patria influiva fortemente in ogni pensiero ed era causa principale, se non unica, in ogni mia riflessione intorno al difficile momento che mi colpiva! L’uniforme e grigia catena dei Caraburun, le ripide schiene sopra Crionerò, le fantastiche e selvagge colline di Canina che tutte rinchiudono le tranquillissime acque della gran rada silente e morta, il piano di Vallona e d’Arta coi giuncheti e i prati paludosi e febbricitanti, dove in questa stagione trovano ancor pascolo centinaia di mandre di pecore, buoi e cavalli, guardate da forti molossi e dagli asciutti pastori shkipetari coi lunghi pungoli uncinati; più presso, le grida degli sciacalli comunissimi, che sembrano lamenti di moribondi o di assassinati, intermezzate dalle nenie dei pastori e dei pochi ed affrettati viandanti che ritornano alla città, e le tenebre dell’incantevole notte orientale, non devono forse, gradatamente, toccare il cuore umano meno sensibile? Un arabo civilizzato di Bagdad mi fa la storia del « progresso » della Turchia e la conseguente apologia della razza araba, nobilissima fra quante sono le razze nel mondo dell’IsIam: un armeno, alleatosi coll’arabo, decanta l’avvenire della sua nazione, dopo che avrà potuto scuotere il giogo. Una visita al Selene del Lloyd, ancorato lontano, mi fa rivivere per pochi momenti nella civiltà. Era notte quando ritornammo. La sera del 25 gli amici mi accompagnarono in una passeggiata sulle alture per le quali passa la strada di Tepeleni; sono sempre lassù i migliori punti per ammirare il panorama verso l’interno dell’Albania centrale. L’indomani mattina ritornavo alla presenza del cajmacam e francamente mi esprimevo questa volta con lui in termini risoluti, soggiungendo che coll’alba del 27 io intendevo assolutamente cominciare le escursioni. Infatti il mio passaporto, vistato in piena regola, mi dava la più ampia libertà di seguitare il viaggio; ma, poiché