II - Nell’Albania Centrale 113 ci assorbì il lavoro di salvataggio delle collezioni senza che la stanchezza si facesse mai sentire. Quindi pagammo il conto, abbastanza salato, aW'hangi che non aveva ommesso di tener nota di tre giorni di nostra assenza, salutammo con gratitudine i gendarmi che restavano, pregammo di offrire i nostri saluti e ringraziamenti al mutesarij e... addio, Berat, bianca città; addio eterno, superbo Tomor! Non ostante il sole cocente che produceva un’afa insopportabile, dopo l’uragano del giorno precedente, la strada, nelle argille alluvionali fuori di Berat, si trovava sempre allagata. Miseranda condizione delle strade turche! I dintorni della città, fino sM'han fra Dushnica e Ljapardà (villaggi in parte valacchi) sono ricchi di giardini e di orti e, oltre questi, a destra e a sinistra del fiume, di rigogliosi campi di mais alto e carico di prodotto. Indi, sulla dritta dell’Osum (la strada batte da principio questo versante per poco meno di dieci chilometri) notammo belle risaje che attestano come tutto il piano paludoso del Muzakjà possa produrre il riso. I cespugli sono coperti di Cynanchum acutum, i campi di Abutilón Avicennae della statura di due metri, le risaje di Cyperus Juscus e C. difformis. Poscia passammo il fiume sopra un ponte di pietra, facendo una breve sosta al discreto han quivi esistente. La strada definitivamente abbandona a pochi metri da questo punto la destra del fiume per la sinistra, dalla quale peraltro si tiene a proporzionata distanza verso le ultime alture appena percettibili che scendono dalla catena di Signa. Ciò per sfuggire, più che sia possibile, alle perenni paludi a N.O. Il paesaggio è triste, i canneti vicini, le serpi comunissime, l’aria densa e pestifera: l’abbandono completo di tanto territorio, ma forse più di tutto la pesante stanchezza che ci opprimeva e che sovente ci faceva addormentare sul largo basto, mi ricordano a mala pena la via battuta. Presso Yhan Frusik raccolsi l’Hibiscus Trionum; nelle acque del laghetto paludoso di Portitsa notai la Nymphaea alba e 1 ’ Hydrocharis Morsus ranae fra i canneti di Phragmites com-tnunis e di Arundo Donax. Intorno, nel terreno asciutto, qualche Manubium peregrinum. Qui desinammo, quasi dormendo, dopo le tre pomeridiane, sotto un cielo nuovamente grigio influenzato da noioso forte vento di ponente. Di faccia, d’infra le melme infestate da rettili e da rane, sorgeva il borgo di Fieri, come ci indicavano le alte alberature. Silenzio funereo sovrano. Riprendemmo la via, tosto perdendo ognuno la distanza e addormentandoci a cavallo. Io fui svegliato di soprassalto dal furioso assaltarmi di due cani aizzati da alcuni pastori. Perdetti la pazienza e tirai ferendone uno. Salì e il gendarme di scorta, che mi precedevano di cento metri, si svegliarono e accorsero ai colpi, chè altrimenti i « signori » padroni dei cani si sarebbero vendicati del giaurro; per fortuna la presenza delle nostre ottime armi li fece riflettere come per incanto e se n’andarono. In questa contingenza, Salì mi fu premuroso di una ramanzina, tanto più che la notte si avvicinava come a tradimento, dovendo passare fra le colline di Peshtan e Sekista, dove avvenivano allora frequenti assassini. Salì aveva ragione, ma con tutto il rispetto 8