— 60 — nonnulla, ipersensibile fino all’isterismo, piccina, gretta, meschina d’animo e di mente, la sciagurata madre di Ivàn, la dispotica signora di Spàskoe Sielò, ai cui cenni obbediva tremando un’intera popolazione di servi abbrutiti nella miseria. Nel sacrificio che uno di questi servi, un povero sordomuto, compie con le sue stesse mani d’una cagnetta, ch’era divenuta tutto il suo mondo, perché la bestiola non turbi più col suo innocente e scherzoso abbaiare i fragili sonni della padrona, s’impemia tutta la tragica morale del racconto, la nuova eloquente documentazione della triste realtà. *** Di tutt’altra indole è, invece, sebbene anch’esso a sfondo autobiografico, suggerito dai luoghi stessi nei quali l’autore rivive, l’altro racconto, scritto durante i mesi di confino nelle proprie tenute di Spàskoe Sjelò: Il Faust. E’ un mite idillio campestre, sotto forma d’una serie di lettere a un amico: ima tenue trama amorosa, intrecciata con le impressioni di Spàskoe Sjelò, nel cui protagonista, uomo sopraffatto dallo spirito di riflessione e come tale inetto all’azione, si sente qualcosa dell’autore medesimo e un non lontano preannuncio del Rùdin, che vedrà presto la luce.