162 STORIA DEL CONSIGLIO DEI DIECI borrire in Europa il nome di Spagna, e per forzarvi a partire. Ma il tempo dirà, alla fine, il vero più giusto di voi, e la vostra memoria, se non la vostra persona, ne porterà la pena (1). Il popolo, per altro, infuriava e non voleva rinunciare a’suoi propositi di vendetta, sicché dovettero gli inquisitori assicurarlo che niun insulto si sarebbe fatto alla sua persona, purché pensasse a farsi richiamare al più presto dal governo spagnuolo. Infatti, non tardò a giungere da Madrid un dispaccio che egli, per altro, non stette ad aspettare, col quale gli era ingiunto di recarsi qual primo ministro nelle Fiandre, dove, continuando nelle sue nobili imprese, si guadagnò tra pochi anni il cappello cardinalizio. Ma il popolo, avendo proprio bisogno di uno sfogo, e non osando contravvenire ai solenni decreti degli inquisitori, nell’eccesso del suo furore si divertì a configurare una statua rappresentante ilBedmar ed il duca d’Ossuna, e ad essa fece ogni sorta di vitupero. Veramente ammiranda fu la calma e la stoica dignità, colla quale il Renault sofferse gli spasimi più atroci di una straordinaria tortura, piuttosto che lasciarsi fuggire di bocca una minima parola che potesse compromettere alcuno de’ suoi complici, od anche solo aver l’aria di confessione. Sotto gli strazi della corda, continuava a ripetere: — io ho nulla a dire: della vita non so più che farmene: sono vecchione quella popa che mi rimane, voi me l’avete guasta. Non mi chiedete, inquisitori , chi io voglia salvare col silenzio; poiché è (1) IIf.vi.ue, il Marchese di Jicdmar.