452 STORIA DEL CONSIGLIO DEI DIECI lina necessita quella di' respingere i Francesi che avevano giuralo di vendicare la morto di Laugier. Il dibattimento si protrasse fino a notte larda; e, ad interromperlo, giunse una lettera del comandante della flottiglia, la quale annunciava che i Francesi stavano facendo già qualche opera sulle lagune per-avvicinarsi a Venezia. Parve s’udisse anche il fragor del cannone. L’assemblea ne rimase esterrefatta; ed il doge passeggiava per la sala, esclamando ad ogni tratto pieno di paura: «Sta « notte no semo securi nè anche nel nostro letto ». Al che parecchi senatori opinavano che fosse inutile il tentar più olire di difendersi; e quindi convenisse il scendere tosto ad una capitolazione, nella speranza di ottenerne almeno qualche patto migliore. Ma, per l’onore di quell’assemblea, non mancarono uomini generosi che sursero a protestare contro la villa di quei pusillanimi, onde si mandò ordine, per intanto, di resistere alla forza colla forza. Però si diede anche facoltà al doge di esporre al Gran Consiglio i pericoli della patria, all'uopo di ottenerne la facoltà di alterare la costituzione, che era appunto il principale desiderio di Bonaparte. In quel mentre, il procuratore Francesco Pesaro, dato in uno scoppio di pianto, uscì a dire, come in aria profetica, queste solenni parole: « Vedo che per la mia patria la xe finia : mi non posso sicuramente preslarghe verun ajulo: ogni paese per un galantomo xe patria: nei i Svizzeri se poi facilmente occuparsi ». In una straordinaria adunanza del senato crasi già discusso se dovevasi riformare la costituzione e ridurla come era prima del trionfo dell’aristocrazia, chiamando al diritto di suffragio non solo il popolo di Venezia, ma