CAPITOLO III. fil gran passi verso Roma, dove, ad onta della tregua pattuita, pose l’assalto all’eterna città. E fu per volere salir primo sulle assediale mura che venne mortalmente ferito quel contestabile Borbone, comandante francese, che ha così chiara rinomanza nell’arte militare. — Ma la cillà era talmente sprovvista ed impreparata ad un simile colpo, che gli assalitori, malgrado la perdila del loro duce, seppero aprirsi il varco e penetrare in Roma. Quivi si commisero orrori inenarrabili da quella soldatesca, composta dalla schiuma di parecchie nazioni. Gli Italiani v’erano nel minor numero; i più eran Tedeschi e Spagnuoli; e vi si videro cardinali oltraggiati, vecchi e bambini trucidali, profanali i templi, violati i monasteri. — A stento potè sottrarsi il papa dal furore di quei mostri, ebri di vino e di sangue, col rifugiarsi nel caslel Sant’Angelo. Intanto 1’ alma città di Roma era data al saccheggio da genie così sfrenata , che più non valeva a trattenerla, nemmeno la militar disciplina. I Veneziani cogli altri alleati, come ebber contezza della presa di Roma e degli orrori, clic vi si commettevano, avrebbero ben dovuto accorrere a difenderla, col rinforzo delle loro armi ; ma seppero trovare mille pretesli per rimanersene inoperosi. — Dobbiam dire, però, in ossequio del vero, che molle ragioni si hanno per credere che tutta la colpa fosse dei capi militari, mentre il senato aveva dato, invece, gli ordini opportuni, onde si provedesse alla salute ed alla libertà del pontefice; il quale, rinchiuso, come abbiam dello, nel castel Sant’Angelo, strazialo da mille dolori, e ridotto persino a nutrirsi dei più vili alimenti, si trovava in